Nessuno li può giudicare…

5 febbraio, 2010 di abo

…ma io sì.
Mirabolante capriola dialettica di monsignor Simone Scatizzi, vescovo emerito di Pistoia.
Secondo questo fine pensatore, i gay non hanno diritto al sacramento della comunione, perché l’omosessualità “è un peccato che esclude la comunione”, “un disordine”, “un peccato gravissimo”.
Dopo questo delizioso rigurgito oscurantista, il monsignore spiega però che “il giudice ultimo è Dio, pertanto sulla Terra nessuno è autorizzato ad emettere sentenze”. Ergo, non si capisce esattamente come interpretare gli anatemi precedenti.
Le sue dichiarazioni vengono subito raccolte da altri spiriti illuminati e al passo coi tempi, le cui dichiarazioni potete leggere qui.

Ora, io mi considero ateo o quantomeno agnostico, ma se in fondo al tunnel di luce dovessi incontrare Dio, la prima cosa che gli chiederei non sarebbe “perché viviamo?” o “cosa mi accadrà adesso”, ma “perché hai permesso che qualcuno potesse dire, nascondendosi dietro al tuo nome, cose così schifose, così contrarie a tutto quello che, secondo i tuoi insegnamenti, è giusto, caritatevole, umano?”.
Si dice che la strada dell’inferno sia lastricata di buone intenzioni.
Forse sarebbe il caso di appaltare a qualcun altro la gestione di quella del paradiso.

Mc Zaia

3 febbraio, 2010 di abo

…e insomma è successo che Luca Zaia, ministro delle politiche agricole, ha concesso il patrocinio ministeriale al McItaly di Mc Donald’s, il panino preparato con carciofi italiani, Asiago dop e carne di bovino italiano, e ha accettato di fare da testimonial, con tanto di grembiulino.
Insomma, è un po’ come se il ministero della cultura patrocinasse un gruppo musicale straniero, a patto che questo infili di straforo un verso in italiano nelle sue canzoni.
Un’operazione come questa serve davvero a tutelare e nobilitare la tradizione culinaria italiana, uno dei pochi campi in cui il nostro paese non è secondo a nessuno?
Secondo Matthew Fort, spietato critico gastronomico del Guardian, no.
Per la cronaca, il giornalista inglese è stato prontamente zittito con la risposta passepartout del governo italiano: comunista.


Update:
Secondo voci incontrollate pazzesche, è in fase di definizione anche un accordo tra governo e Coca Cola Company, che prevede la somministrazione massiccia della dolce bevanda agli impiegati della pubblica amministrazione per stimolarne l’italica operosità. Pronto un cappellino per Brunetta.

Jaga Jazzist’s Jackpot

2 febbraio, 2010 di abo


Breve incursione in ambito musicale per segnalare che da circa una settimana è uscito One-Armed Bandit degli strepitosi Jaga Jazzist. Il supergruppo norvegese continua la strada intrapresa con What we must: meno ritmi elettronici e sincopati rispetto agli esordi, pur senza rinunciare a cambi di tempo frenetici, melodie di ampio respiro, fiati da pelle d’oca, e la solita piovra alla batteria.
Se amate le incarnazioni contemporanee del jazz, ma anche se solo amate la musica in generale, fatevi un favore e procuratevi l’album. Dopodichè congiungete le mani e pregate che facciano tappa anche in Italia, perché dal vivo sono una bomba, come dimostrato a Torino nel 2005.
Artwork e titolo dell’album si rifanno alle slot machines, il jackpot dei JJ consiste nel non sbagliare un album.
Chapeau.

“Pan” di Francesco Dimitri

29 gennaio, 2010 di abo


Pan
Francesco Dimitri
Marsilio, 2008
461 pag., 19 euro
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Per questo romanzo vale in un certo senso quello che ho detto qui riguardo a La città dei clown di Elliott: per prendere qualcosa che sia universalmente conosciuto e cercare di reinterpretarlo in maniera originale servono tre qualità: padronanza del materiale di partenza, talento e una buona dose di coraggio.
E Dimitri qui si misura con un personaggio che dalle pagine di Barrie è entrato nell’immaginario collettivo, complice anche l’edulcorata trasposizione Disney: Peter Pan.
Siamo a Roma, ai giorni nostri. All’insaputa dell’umanità, che ha perso da tempo la capacità di veder la magia che la circonda, una sanguinosa guerra sta per scoppiare. A fronteggiarsi sono Peter Pan e Capitan Uncino, dietro alle cui maschere si nascondono due dei.
Il primo è il Pan ellenico, mezzo uomo e mezzo capro, che sta per rinascere dopo anni di assenza. Il secondo è invece l’incarnazione di una grigia divinità pagana, conosciuta con il nome di Greyface, e inseritasi nella comunità umana sotto le mentite spoglie di un sociologo/psicologo moralista, da salotto tv. La loro lotta è la riproposizione del conflitto tra dionisiaco e apollineo, tra l’esaltazione di tutto ciò che è riconducibile all’istinto, al gioco, all’emotività, e una monolitica aspirazione all’assenza di qualsiasi tipo di pulsione, al razionalismo nel suo senso più deteriore. Tra i due contendenti sta l’umanità, pronta a schierarsi con uno o l’altro a seconda delle proprie inclinazioni, ma ignara di quanto entrambi siano pericolosi e incapaci di provare pietà.
Lo scoprirà sulla propria pelle la famiglia Cavaterra, al centro del conflitto per una serie di ragioni che è bene scoprire leggendo il romanzo. Ci sono scene violente, stupri, mutilazioni: da questo punto di vista Dimitri dimostra di voler/saper giocare col sangue, e di non aver alcuna remora a far soffrire pesantemente i suoi personaggi. Il Peter Pan disneyano è morto e sepolto, sostituito da un essere preda di impulsi sessuali irrefrenabili, distaccato, edonista. Il goffo Capitan Uncino qui è depositario di un potere che certo non potrebbe finire mutilato da un coccodrillo.
È abbastanza scontato far notare la contiguità di temi con l’American Gods di Neil Gaiman, soprattutto per quel che riguarda lo scontro tra divinità del passato. A questa comunanza di tema Dimitri aggiunge però elementi originali, come un pantheon di spiriti che animano tutto ciò che ci circonda, e la teorizzazione di Carne, Sogno ed Incanto. Si tratta in sostanza di tre Aspetti, tre modi diversi di vedere il mondo. Il primo e il secondo sono il mondo fisico e quello onirico. Il terzo è il piano in cui si dispiega tutto ciò che è magico, e ha il suo centro nella leggendaria Isolachenonc’è.
È proprio in questa particolarissima visione della realtà (basta leggere il blog di Dimitri per capire che si tratta di qualcosa di più di una mera finzione letteraria) che risiede il maggior pregio dell’opera. Il debito con Barrie viene risolto con un’intuizione di grande impatto, che rende lo stesso scrittore scozzese parte della storia.
Fin qui, dunque, tutto bene, e a Dimitri va anche il merito di non relegare il romanzo alla pura dimensione dell’intrattenimento, usando l’argomento magico come feroce critica all’esistente, fatta di precisi riferimenti all’attualità, alla politica censoria, a quella smania di controllo che con il pretesto della sicurezza sta invadendo molti aspetti della nostra vita.
Ci sono però alcune cose che non mi hanno convinto, che hanno un certo peso nella valutazione, e che a conti fatti costano al romanzo un punto nella mia personalissima votazione. Non voglio scendere nei dettagli di alcune piccole incongruenze legate alla dimensione esoterica del romanzo, perché fare razionalmente le pulci su questo aspetto significherebbe già di per sé romperne l’Incanto.
Spesso durante la lettura emergono però con una certa forza la voce dell’autore, le sue idee, le sue passioni, senza il “filtro” dei protagonisti.
E anche questo rischia di rompere un po’ l’Incanto, facendo percepire che stiamo leggendo un romanzo, che qualcuno l’ha scritto, con un conseguente ridimensionamento della sospensione volontaria di incredulità. Veicolare le stesse istanze solo ed esclusivamente attraverso i protagonisti sarebbe stato preferibile, a mio avviso. Quando questo viene fatto, ad esempio con Uncino, la narrazione è più coinvolgente.
Un’altra cosa che non mi è sembrata sempre all’altezza della fertile fantasia dimostrata dall’autore è legata ad alcuni dialoghi, o meglio al lessico di alcuni personaggi. L’esempio più lampante è Temidoro, di cui non svelo troppo per non spoilerare, ma di cui posso dire che ha una lunga storia mitologica alle spalle. Sentirlo usare espressioni giovanilistiche come “me la meno”, mi è parsa una nota un po’ stonata.
Infine, e qui ancora più che nei rilievi precedenti siamo nella più assoluta soggettività, credo che se si fosse asciugato un po’ il romanzo, pur mantenendone inalterata la struttura e la storia, questo sarebbe stato più impattante. Un trattamento opposto avrebbe forse meritato il capitolo finale, in cui emergono molti antefatti, e che invece di essere affidati al racconto di un personaggio sarebbero potuti essere resi più potenti e corposi tramite altre modalità narrative.
Al netto di queste critiche, Pan è e resta un buon romanzo, adatto a chi ama un certo tipo di letteratura fantastica. A un razionalista impenitente invece apparirà poco interessante, eccessivamente fantasioso e come tale trascurabile.
Peggio per lui, del resto “chi alla Meraviglia chiude gli occhi, di morte sente 13 rintocchi”.

Voto:
3 su 5

Qui il blog dell’autore

Reaper in the rye

29 gennaio, 2010 di abo

Si è spento all’età di 91 anni lo scrittore J. D. Salinger, autore de “Il giovane Holden”.
Dal coro quasi unanime di lusinghe, si staccano alcune voci critiche.
Qui quella di Gian Paolo Serino su Satisfiction, che definisce Holden Caulifield un “Che Guevara da upper class pre-globalizzata”.
Qui quella di Massimiliano Parente su Il Giornale, che a quanto pare usa Salinger come un randello per picchiare qua e là.
Infine, il commento di Bret Easton Ellis sul suo profilo Twitter: “Yeah!! Thank God he’s finally dead. I’ve been waiting for this day for-fucking-ever. Party tonight!!!”

Ipse dixit: The Cure

20 gennaio, 2010 di abo

And I shiver and shake
When I think of how you make me hate

da “Shiver and Shake”

Baby psycho boom

19 gennaio, 2010 di abo

Il Corriere riporta qui che sono sempre di più le persone che si rivolgono a uno psicanalista per risolvere i propri problemi.
Quel che fa effetto è che molti dei nuovi pazienti siano adolescenti, o addirittura bambini.
Uno si aspetterebbe che questo sia dovuto al logorìo della vita moderna (contro il quale, evidentemente, non basterebbe un liquore a base di carciofo), e quindi a un aumento delle patologie.
Diversa è la spiegazione data da Stefano Bolognini, presidente della Società psicoanalitica italiana, che analizza il fenomeno dicendo che dagli anni ‘60 ad oggi “è cresciuto esponenzialmente il numero degli psicanalisti”.
Come a dire, visto che è salito il numero di chi cura, molte più persone si sono scoperte malate.
Un mondo alla rovescia, insomma.

Update:
a grandi linee è lo stesso mondo in cui esplode un’influenza, la si trasforma in pandemia a suon di proclami mediatici, e si lucra sui vaccini. E anche quando, dati alla mano, la pandemia si riduce a un contagio assolutamente marginale, si dice che “bè, magari i vaccini li rivendiamo, perché c’è mercato, magari in saldo“. Tra le righe, poi, non guasta buttarla lì che “comunque, tutto sommato, anche se l’epidemia in Europa si è rivelata lieve, sì insomma, non cantate vittoria”, e chissà che qualche dose non la si riesca a piazzare a qualcuno col panico a scoppio ritardato.
Poi, all’opera, che con il nuovo anno qualcosa d’altro va inventato.
“Magari lasciamo stare gli animali, facciamo qualcosa di, chessò, botanico.
L’influenza girasolina?
Naa, non ci crede nessuno.
Caprifoglina? Muschiolina? Abetina?
Su forza, servono idee!”

“Il fenomeno senza intestino” di Kilgore Trout

18 gennaio, 2010 di abo

Parlava di un robot con l’alto cattivo che, guarito da questo malanno, era diventato molto popolare.
Ma ciò che rendeva notevole il racconto, scritto nel 1932, era che prevedeva l’uso del napalm sugli esseri umani.
Il napalm veniva lanciato su di loro dagli aerei. Erano dei robot a effettuare il lancio. Questi robot non avevano né coscienza né circuiti che gli permettessero di immaginare cosa succedeva alla gente sulla terra. Il capo dei robot di Trout sembrava un essere umano e sapeva ballare e così via, e anche uscire con le ragazze. E nessuno ce l’aveva con lui perché sganciava il napalm sulla gente. Quello che trovavano imperdonabile era il suo alito cattivo. Poi però il robot riuscì a curarsi, e la razza umana lo accolse tra le sue file.

racconto citato in “Mattatoio n° 5″

“Le cose non sono le cose” di Paolo Nori

8 gennaio, 2010 di abo


Le cose non sono le cose
Paolo Nori
DeriveApprodi
170 pag., 13 euro
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Primo capitolo delle avventure di Learco Ferrari, alter ego di Paolo Nori, qui impegnato a trovare un modo per giungere alla tanto agognata pubblicazione del suo primo romanzo.
Già, perché Learco, quando non sta traducendo noiosissimi manuale tecnici dall’italiano al russo, sua vera fonte di sostentamento, quando non è on stage con i Bogoncelli, la sua band sperimentale, quando non è alla mercè del carattere lunatico della sua ragazza Bassotuba, quando non sta seguendo le partite dell’Italia al Mondiale del 1998, quello vuole fare: lo scrittore.
E allora compone racconti da inviare a riviste letterarie che ben presto iniziano a pubblicarli, segue tutte le presentazioni librarie e gli eventi culturali dell’Emilia Romagna, ma non riesce a liberarsi da questa fissazione: trovare un editore interessato al suo “Gli ultimi giri di Learco Ferrari”.
Uno dei principali meriti di Paolo Nori è a mio avviso la ricerca di uno stile originale: missione compiuta, il cui risultato è una lingua molto vicina al parlato, in cui i dialoghi sono inseriti nel flusso della narrazione senza virgolette di sorta, e in cui espressioni di estrazione dialettale si mescolano a citazioni colte.
“Le cose non sono le cose” è poi una rappresentazione, non sempre lusinghiera, di tutto quello che ruota attorno al mondo letterario e culturale italiano: la schiera infinita di persone che hanno un romanzo nel cassetto e venderebbero la madre pur di vederlo stampato, critici autoreferenziali, dibattiti che sembrano assoli, talent scout senza qualità.
Il contrasto tra il carattere incazzato e cinico del protagonista e l’ironia del suo sguardo è l’innesco che fa esplodere tutto l’umorismo del romanzo, in cui nella storia principale si innestano sketch da mezza pagina davvero irresistibili (come la “rivoluzione copernicana” nata dal racconto di Rodari, e la prima volta di Learco al Meazza, tanto per fare due esempi). E così si ride delle piccole e grandi miserie della cultura italiana, si tifa per Learco, e si spera che arrivi la benedetta telefonata o la lettera (il romanzo è del ’98 e le mail ancora non sono molto diffuse) di un editore disposto a dargli l’attenzione che merita.
L’elemento autobiografico della storia è evidente, così come non è difficile capire chi si nasconda dietro agli pseudonimi utilizzati da Paolo Nori: la rivista Caravel, l’editore Montatori, e via dicendo.
Proprio l’editore Montatori sembra essere interessato alla pubblicazione del romanzo di Leandro, ed alimenta le speranze del nostro.
E qui anche il confronto tra narrazione e realtà non può che strappare un sorriso: da “Le cose non sono le cose” in poi, Paolo Nori ha pubblicato per i tipi di Fernandel, DeriveApprodi, Quodlibet, Laterza, Bompiani, Einaudi e Feltrinelli.
Di Montatori, pardon Mondadori, neppure l’ombra.

La citazione:
Ma raccontami qualcosa, mi dice, come stai, chi vedi, dimmi, dimmi.
Non vedo nessuno, sono quasi sempre incazzato, incontro tutta della gente strana, non so cos’è successo, deve essere successo qualcosa, qualche anno fa non era così.

Voto:
4 su 5

Qui il sito dell’autore, dove tra le varie cose potete trovare anche alcuni brani dei Bogoncelli. Ebbene sì, esistono davvero.

Comunicazione di servizio

7 gennaio, 2010 di abo

Da oggi aNobii ha cambiato il sistema di valutazione dei libri, passato da un massimo di 4 o 5 stelle.
Mi adeguo, anche per mantenere corrispondenza tra la mia libreria su aNobii e il blog, quindi da oggi si passa al voto in “quinti”.
Le vecchie recensioni restano invece in “quarti”, perché cambiarle tutte sarebbe un lavoraccio.

Rettifica:
in preda a una frenesia che non sarebbe difficile bollare come autismo, sto cambiando le valutazioni per rendere tutto corrispondente.
Mi ci vorrà qualche giorno, quindi nel frattempo ci sarà un bel po’ di casino tra voti, stelline e quant’altro.

MondoBalordo ed editoria

5 gennaio, 2010 di abo

…e insomma è iniziato il 2010, e io non ho scritto nemmeno una misera classifichina dedicata al 2009.
Quindi rimedio, stilandone una delle più inutili a memoria di blog, che non interesserà a nessuno, ma che non si dica che MondoBalordo non ha fatto la sua parte per ricordare l’anno appena morto (fra l’altro il peggiore anno di questo primo decennio del nuovo millennio, per ragioni personali con cui non vi tedierò oltre).
Vi tedierò invece con la distribuzione per editore dei romanzi che ho letto nel 2009, in ordine decrescente:

Bompiani: 5 titoli
Einaudi: 5 titoli
Feltrinelli: 5 titoli
Mondadori: 3 titoli
Fazi: 2 titoli
Fanucci: 2 titoli
Adelphi: 1 titolo
Giraldi: 1 titolo
ISBN: 1 titolo
Baldini & Castoldi: 1 titolo
Fandango: 1 titolo
Transeuropa: 1 titolo
Il Saggiatore: 1 titolo
Marsilio: 1 titolo
Meridiano Zero: 1 Titolo

Un totale di 31 romanzi (ed escludendo una quindicina di graphic novel), tutto rigorosamente in cartaceo, che a me ’sta storia dell’ebook ancora non mi ha convinto del tutto, alla faccia dei proclami che si leggono in giro.
Chiamatemi retrò, ma se davvero la carta dovrà scomparire, io vi saluto e ritorno all’oralità; si accettano fin da subito volontari per imparare a memoria un romanzo a testa, come in Fahrenheit 451 di Bradbury (però non ci provate: Lo straniero di Camus è mio).
Saremo un esercito di Kindle viventi e one-shot.
Bene, ora che la classifica di rito è composta, non restano che i propositi per il nuovo anno.
Leggere di più, soprattutto ravanando nei cataloghi dei piccoli editori, che sono tanti, pubblicano spesso cose interessanti, ma faticano ad emergere come Mark Renton dal cesso di quel lurido pub.
E magari dedicarmi a qualche scrittrice in più di quel che ho fatto in passato, e non solo nel 2009, che il Ministero per le Pari Opportunità Letterarie dello Stato di MondoBalordo sta lavorando davvero da schifo.
Buon anno a tutti.

“Le tre stimmate di Palmer Eldritch” di Philip Dick

4 gennaio, 2010 di abo


Le tre stimmate di Palmer Eldritch
Philip K. Dick
Fanucci
280 pag., 13 euro
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Cosa cazzo si può scrivere su un libro così?
È stata più o meno questa la prima cosa che ho pensato quando mi sono deciso a scrivere questo post.
E quindi ho deciso di rileggere il romanzo una seconda volta, seguendo il consiglio di Giuseppe Di Costanzo nell’ottima postfazione, che poggia su una preparazione filosofica (e dickiana) infinitamente superiore alla mia.
Comunque, ho riletto Le tre stimmate di Palmer Eldritch, e in effetti questo mi ha aiutato parecchio a districarmi tra l’infinità di suggestioni che il romanzo contiene.
La polverizzazione dei punti fermi è una delle cifre stilistiche di Dick, così come la mancanza di risposte risolutive.
Ogni svelamento, ogni conquista nella conoscenza non è mai definitiva, esposta com’è allo sconvolgimento successivo, che a sua volta lo è a quello successivo, che a sua volta…
Riuscire a raccontare, anche solo in bozza e senza spoilerare nulla, la trama de Le tre stimmate è dannatamente difficile, così come potrebbe esserlo spiegare a chi non lo abbia visto eXistenz di Conenberg, Il seme della follia di Carpenter, L’esercito delle 12 scimmie di Gilliam, e via dicendo.
Ci provo.
Siamo in quello che di fatto è il nostro futuro prossimo, gli anni ’10 del 21° secolo. L’umanità è divisa tra chi ancora vive sulla terra, pianeta delle origini che si sta surriscaldando rendendo la vita un inferno, e quelli che sono stati trasferiti su altri pianeti, avamposti di una colonizzazione resa inevitabile dai mutamenti climatici terrestri. L’ultimo di questi nuovi mondi è Marte, la cui colonizzazione è solo agli inizi.
Se la vita sulla terra nonostante tutto mantiene gran parte delle sue caratteristiche, quella sul pianeta rosso deve fare i conti con un ambiente inospitale, e con condizioni di vita misere, soprattutto dal punto di vista sociale.
Costretti a vivere in tuguri, microsocietà indipendenti e dalle scarse interazioni, i coloni marziani trovano una via di fuga nell’interazione tra due pupazzi, chiamati Perky Pat e Walt, e una droga denominata Can-D. La sostanza, assunta in gruppo e non a caso divenuta una sorta di nuova eucarestia, fonde le coscienze dei partecipanti, trasferendo quelle degli uomini in Walt e quelle delle donne in Pat. Il mondo illusorio della Barbie marziana è dorato, fatto di benessere e di comodità tipicamente terrestri. Più il plastico per le bambole che si possiede è dettagliato, più l’esperienza è soddisfacente.
L’egemonia della Plastici P. P., azienda che produce le bambole pluriaccesoriate, ma anche, illegalmente, il Can-D, viene messa in discussione dal ritorno del miliardario Palmer Eldritch, e dalla sostanza che questi riporta con sé dopo un lungo vagabondaggio interplanetario, denominata Chew-Z.
I suoi effetti sono più potenti di quelli del Can-D, e non hanno alcun bisogno di feticci per attivarsi. Quello che sembra solo un duello per la conquista del mercato nasconde però molto di più. Se ne accorgono ben presto Leo Bulero, presidente della Plastici P. P., e Barney Mayerson, punta di diamante della ditta nell’ambito del marketing grazie ai suoi poteri precognitivi.
L’assunzione di Chew-Z apre ad entrambi un universo fagocitante, su cui si staglia l’ombra minacciosa di Eldritch, la cui identità è mutevole tanto quanto le percezioni di chi utilizza la sostanza.
Chi è davvero Palmer Eldritch?
Uomo, macchina, alieno, divinità maligna?
I mondi in cui si avventura il consumatore di Chew-Z sono solo fantasie di una mente drogata, o universi in contatto con quello che chiamiamo realtà?
A complicare ulteriormente le cose, la persistenza degli effetti allucinatori, che protrae il viaggio (definito traslazione) anche molto tempo dopo l’assunzione, mescolando realtà, flashback e flashforward in un groviglio inestricabile.
Non pensiate che questa indeterminatezza venga chiarita nel finale, o rimarrete delusi.
Il vostro viaggio dentro Le tre stimmate di Palmer Eldritch sarà simile a quello dei personaggi in preda al Chew-Z, e come loro, siete destinati a portare i segni dell’assunzione.
Nonostante uno stile di scrittura non eccelso, il romanzo ha una forza visionaria come pochi altri, in cui l’assuefazione è solo un’altra faccia del misticismo, il miraggio una realtà potenziata.
Il confine tra realtà e illusione, il discrimine tra un bad trip e un’epifania è spesso molto labile, e questo Dick (la cui passione per le sostanze picotrope non era certo un mistero) sembrava saperlo molto bene.
Bon voyage.

La citazione:
Dio promette la vita eterna. Io posso fare di meglio: posso metterla in commercio.
(Palmer Eldritch)

(…) una volta che entri in uno di quei mondi, non puoi saltarne fuori; ti rimane addosso, anche se pensi di essertene liberato. E’ una porta a senso unico, e per quel che ne so io ci sono ancora dentro adesso.
(Barney Mayerson)

Voto:
5 su 5

(Next: Le cose non sono le cose di Paolo Nori)

“La possibilità di un’isola” di Michel Houellebecq

3 gennaio, 2010 di abo


La possibilità di un’isola
Michel Houellebecq
Bompiani
402 pag., 9,20 euro
____________________

Daniel è un comico di successo, che ha fatto dell’umorismo politicamente scorretto nei propri monologhi il suo cavallo di battaglia. A quasi 50 anni la sua fama ha travalicato i confini francesi, rendendolo ricco e noto anche nel mondo del cinema, in cui ha fatto qualche incursione attraverso alcune sceneggiature.
Nonostante il succeso Daniel è però un uomo infelice, e la causa del suo malessere sembra in sostanza una: il rapporto difficile con l’amore e il sesso, che ne ha segnato la crescita come uomo. Nel suo passato ci sono due donne, con cui i rapporti sono finiti per ragioni diverse. Nel suo presente, una relazione con Esther, ventiduenne libertina con cui il sesso è grandioso, ma il sentimento altalenante.
Daniel, ormai preda di una depressione che rischia di portarlo al suicidio, si avvicina alla setta degli Elohimiti (che credo sia ispirata a quella dei Raeliani), guidata da un guru carismatico che fa della licenziosità sessuale un dogma. Accanto all’aspetto più coreografico e superficiale, la setta è però anche qualcosa in più: un modernissimo apparato scientifico, che lavora senza sosta sulla clonazione attraverso la manipolazione del DNA umano.
Ed è qui che Houellebecq crea uno scenario fantascientifico, o forse semplicemente un futuro possibile, in cui quella che era una vicenda del Ventunesimo secolo fa da apripista a uno degli eventi più sconvolgenti della storia umana.
Ai capitoli in cui Daniel racconta la sua storia se ne alternano altri, scritti da Daniel24 e Daniel25, cloni neoumani che vivono nel futuro e commentano la storia del Daniel originale. Il progetto degli Elohimiti ha insomma avuto successo, la clonazione è diventata realtà.
I neoumani possono contare su notevoli migliorie genetiche, e la loro lunga esistenza è improntata a una sorta di contemplazione priva di sentimenti, in cui la lettura delle storie umane serve a non ripeterne gli errori e le debolezze, evitando così di replicarne la caduta.
Già, perché contemporaneamente alla clonazione, alla creazione di una nuova tipologia di vita, gli esseri umani sono quasi riusciti a sterminare se stessi, senza bisogno di scomodare divinità iraconde e vendicative per avvicinarsi all’Apocalisse. Dopo una serie di guerre, l’uomo è regresso a uno stato primitivo, guidato solo dall’istinto. Vive in gruppi nomadi, trattato dai neoumani come una creatura inferiore, selvaggia, incapace di razionalità. Eppure, anche l’algida esistenza dei neoumani non è priva di momenti di sconforto, e non tutti i cloni sembrano immuni da una sorta di sindrome demotivazionale.
È proprio nel confronto tra uomini e neoumani che si sprigiona tutta la forza del romanzo, in cui Houellebecq riversa una visione quantomani pessimistica, imperniata sulla sessualità come motore del ciclo della vita e della morte.
Non sembra fare molta differenza chi sei: che tu sia alla spasmodica ricerca di sesso come Daniel e il profeta Elohimita (e che quindi tu obbedisca più o meno coscientemente alla conservazione della specie), o che tu viva nella mancanza di stimoli riproduttivi e nell’assenza di contatto fisico, ci sarà sempre qualcosa destinato a tormentarti, qualcosa di cui non ti potrai liberare.
Forte di richiami filosofici più o meno esplicitati (Il mondo come volontà e rappresentazione di Schopenauer su tutti) Houellebecq fa quello che la fantascienza dovrebbe fare sempre: piegare il futuro per farne uno specchio del presente, restituendo un’immagine spaventosa di quello che ci circonda, senza indulgere in messaggi consolatori.
Una grande disillusione che dà forma a un grande romanzo, vivamente consigliato anche e soprattutto a chi crede che la fantascienza sia una lettura adatta solo ad adolescenti brufolosi.

La citazione:
La mia carriera non era stata un fallimento, commercialmente perlomeno: se si aggredisce il mondo con una violenza sufficiente, allora finisce per sganciarli, i suoi sporchi soldi; ma non vi ridà mai e poi mai la gioia.
(Daniel)

Non rimaneva ormai nulla delle produzioni letterarie e artistiche di cui l’umanità era stata così fiera; i temi che le avevano originate avevano perduto pertinenza, il loro potere di emozione era svanito. Non rimaneva nulla nemmeno dei sistemi filosofici o teologici per i quali gli uomini si erano battuti, erano talvolta morti, avevano ancora più spesso ucciso; tutto ciò non destava ormai la minima eco in un neoumano, non ci vedevamo altro che le divagazioni arbitrarie di spiriti limitati, confusi, incapaci di produrre il minimo concetto preciso o semplicemente utilizzabile.
(Daniel25)

Voto:
5 su 5

(Next: Le tre stimmate di Palmer Eldricht di Philip Dick)

“Tabellone” di Kilgore Trout

27 dicembre, 2009 di abo

Su Tralfamadore, dice Billy Pilgrim, non c’è molto interesse per Gesù Cristo. La figura terrestre che più colpisce i tralfamadoriani, dice lui, è quella di Charles Darwin, che insegnò che chi muore deve morire e che i cadaveri sono un miglioramento. Così va la vita.

La stessa idea è espressa nel Tabellone di Kilgore Trout. Gli equipaggi dei dischi volanti che rapiscono il suo eore gli chiedono di Darwin. Gli chiedono anche del golf.

(romanzo citato in Mattatoio n° 5)

“Untitled” di Kilgore Trout

27 dicembre, 2009 di abo

(…) parlava di un uomo che aveva costruito una macchina del tempo per poter tornare indietro e vedere Gesù. La macchina funzionava, e lui vide Gesù quando aveva appena dodici anni. Gesù stava imparando da suo padre a fare il falegname.
Due soldati romani entrarono nel negozio col disegno, su papiro, di un congegno che doveva essere costruito entro l’alba del giorno dopo. Si trattava di una croce da usare per l’esecuzione di un agitatore.
Gesù e suo padre la costruirono. Erano contanti di avere del lavoro. E l’agitatore fu inchiodato a quella croce.
Così va la vita.

(romanzo citato in Mattatoio n° 5)