Intercettazioni & paradossi

1 Luglio, 2009 by abo

Ma io mi chiedo: se i giornalisti pensano che il ddl Alfano sulle intercettazioni serva per imbavagliare la stampa, che senso ha protestare attraverso uno sciopero, con il risultato di lasciare l’informazione scoperta per un giorno?

Ipse dixit: Bruno

28 Giugno, 2009 by abo

Ich am like cocaine, I’m white and addictive and alot of guys leave the bathroom with me all over their face.

Bruno a Rove Daily

“Mi raccomando: tutti vestiti bene” di David Sedaris

25 Giugno, 2009 by abo

Mi raccomando
Mi raccomando: tutti vestiti bene
David Sedaris
Mondadori
236 pag., 9 euro

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Una lunga raccolta di racconti autobiografici in cui Sedaris racconta episodi di vita quotidiana, visti attraverso la lente deformante dell’ironia.
Il rapporto con i genitori e le sorelle, esplorando tic e manie di ognuno, il rapporto con il fidanzato Paul, la ricerca di una casa, con tutto lo stress che il trasloco comporta, la gioventù e la maturità.
Con piglio dissacrante e grande sensibilità, Sedaris prende in giro se stesso e la gente che gli sta attorno, in una comica critica dei difetti tipici di gran parte dell’umanità che non concede però nulla al moralismo.
Bastano una frase o un dialogo per comporre divertiti ed empatici ritratti, velati da uno humor sottile e mai volgare.
Alcuni racconti sono decisamente riusciti, perle di un minimalismo che rende Sedaris una sorta di Carver smaliziato e irriverente, altri sono a mio parere un po’ meno convincenti.
C’è una certa empatia nello sguardo di Sedaris, una arguta e caustica messa alla berlina delle piccole e grandi miserie umane, comuni sia alla vita di provincia che a quella delle metropoli.
La scrittura diventa un’irridente valvola di sfogo, utile anche a metabolizzare le difficoltà nel dichiarare la propria omosessualità, nel cercare di far capire al padre che al piccolo David una bambola piace più di un pallone da football.
La terza di copertina parla dell’autore come del più grande umorista contemporaneo, definizione che ne amplifica forse eccessivamente la portata comica. Leggendo Mi raccomando: tutti vestiti bene si sorride spesso, soprattutto nei racconti che raccontano episodi di gioventù, ma non aspettatevi risate sguaiate o battute grevi.
Consigliato a chi ama la forma del racconto e a chi crede nel potere dell’ironia, Mi raccomando: tutti vestiti bene mi è sembrato una lettura piacevole, ma non indimenticabile.

Voto: 3 su 5
(Coming soon: L’ombra dello scorpione di Stephen King)

“Mia sorella è una foca monaca” di Christian Frascella

15 Giugno, 2009 by abo

Mia sorella è una foca monaca
Mia sorella è una foca monaca
Christian Frascella
Fazi
289 pag., 17,50 euro
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Un bell’esordio questo Mia sorella è una foca monaca, sorta di Bildungsroman ambientato nella provincia di Torino di fine anni ’90.
Il protagonista diciassettenne è un personaggio di quelli che si fa davvero fatica a non amare, nonostante (o forse proprio grazie a) un carattere spigoloso e superbo.
Lo vediamo alle prese con i compagni di scuola (fulminante l’inizio nel bel mezzo di una rissa) e con la famiglia, orfana della madre fuggita con l’amante, e composta da un padre chiamato Capo, alcolista scansafatiche in cerca di riscatto, e da una sorella pia e timida, ma non per questo risparmiata dalla furia del protagonista.
Quello che fa di Mia sorella è una foca monaca un libro godibilissimo non è tanto la trama, piacevole ma priva di grandi sussulti, quanto la psicologia del protagonista, l’attitudine con cui affronta un momento cruciale della crescita come la pubertà.
Non è difficile immaginarselo preda di squassanti picchi ormonali diretti verso la bella gastronoma che lavora nel supermercato della zona, mentre si guarda allo specchio rimirando l’inconfondibile peluria adolescenziale che va formandosi sotto il naso, o ancora esprimersi attraverso i tipici, incontrollabili sbalzi della voce, costantemente in bilico tra quella di un uomo e quella di bambino.
Per questo esordio di Christian Frascella si sono spesi paragoni importanti, di quelli che possono tramutarsi in pietre di paragone scomode e ingombranti: Bukowski (accostamento secondo me non troppo calzante), John Fante (raffronto condivisibile, soprattutto nei rapporti familiari tra il protagonista, il padre e la sorella), e tutta una schiera di perdenti che proprio alla loro condizione devono il successo.
A me sono venuti in mente spesso anche l’Ignatius O’Reilly di Una banda di idioti, che condivide con il protagonista di Frascella l’arroganza tra le mura di casa e sul posto di lavoro, e un po’ anche il mitico Giannnino Stoppani, che in Mia sorella è una foca monaca sembra aver perso il gusto della burla e acquistato una carattere iracondo e rissoso, senza per questo rinunciare al vittimismo estremo.
Giocando con l’ironia Frascella compone un ritratto dell’adolescenza dalle caratteristiche universali; chiunque si ricordi cosa significhi sentirsi un bambino in un corpo che cresce senza controllo e poco dopo un adulto prigioniero di un involucro ancora non formato del tutto sorriderà teneramente seguendo le vicende del romanzo, farà il tifo per il protagonista nelle sue piccole battaglie quotidiane, e sarà disposto a dargli ragione anche quando sarà lapalissiano che ha torto.
Unica pecca a mio avviso è il finale, lasciato volutamente aperto, che comunque non toglie nulla a quanto di buono si è letto in precedenza: un viaggio nell’adolescenza in cui più del punto di arrivo conta il percorso che si è fatto per arrivarci.

Voto: 3,5 su 5
(Coming soon: Mi raccomando tutti vestiti bene di David Sedaris)

Ipse dixit: Alice in Chains

9 Giugno, 2009 by abo

When the pig runs slower
Let the arrow fly

da “Bleed the freak”

Bill Kill (himself)

4 Giugno, 2009 by abo

bill.jpg David Carradine, famoso per aver recitato nella serie Kung Fu negli anni Settanta, e per aver prestato il suo volto al Bill di Quentin Tarantino, si è impiccato in una camera d’albergo di Bangkok.

R.I.P.

“Bad monkeys” di Matt Ruff

4 Giugno, 2009 by abo

Bad monkeys
Bad monkeys
Matt Ruff
Fazi
255 pag., 14,50 euro
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Jane Charlotte è una donna con alle spalle un passato da ragazzina ribelle e da adolescente sbandata. È rinchiusa in carcere per avere commesso un omicidio, e sottoposta ad una perizia psichiatrica perché nella sua ricostruzione dei fatti ci sono incongruenze e sintomi che indicano una possibile mania di persecuzione.
Quello che racconta sembra infatti uscire direttamente da un film di spionaggio: dice di aver fatto parte della Bad monkeys, un ramo di una non meglio identificata Organizzazione, il cui compito è in sostanza quello di togliere di mezzo le persone malvagie, le scimmie cattive appunto, siano esse pedofili o serial killer.
L’Organizzazione è molto potente e può contare su tecnologie all’avanguardia, con cui tiene d’occhio sia la vita dei suoi potenziali futuri agenti, sia quella delle mele marce che si propone di uccidere. La stessa Jane dice di essere sotto controllo sin da quando era poco più che una bambina.
Una volta che l’Organizzazione ne ha testato le capacità e l’ha sottoposta ad alcune prove attitudinali, Jane è entrata in pianta stabile nelle fila della Bad monkeys, occupandosi personalmente di fare piazza pulita grazie a una pistola che causa una morte simile a quella per cause naturali.
Molti sono i paradossi e i fatti che lo psichiatra le contesta, alludendo alla possibilità che Jane non sia completamente sana di mente.
È su questo dubbio che si dipana buona parte del romanzo, costruito su scrittura molto cinematica (il paragone con Matrix per alcune sequenze è d’obbligo) e su spunti davvero interessanti (su tutto la Panopticon, una sorta di Grande Fratello che installa microspie negli occhi delle modelle e dei modelli nei manifesti pubblicitari, e persino dei presidenti sulle banconote; Philip Dick approverebbe).
Jane è sincera, bugiarda o semplicemente pazza?
La Bad monkeys esiste o è una proiezione della sua psicosi?
È proprio quando la vicenda si avvia alla conclusione che tutto si complica. Ruff getta nella mischia una mole notevole di colpi di scena, che si susseguono in un parossistico alternarsi di rivelazioni e smentite.
Emergono qui tematiche care a un certo tipo di letteratura e di cinema, come il doppio, il tradimento, la confusione di ruoli che non permette più di distinguere in maniera chiara chi siano i buoni e chi i cattivi.
Tutto avviene però in maniera un po’ troppo rapida e caotica, senza dare il tempo al lettore di metabolizzare quanto letto, di riordinare le idee in vista di ciò che verrà dopo.
Ed è un peccato, perché la qualità della scrittura è molto buona, e l’avvio del romanzo prometteva davvero bene, con una storia che sarebbe potuta uscire dalla penna del già citato Dick, o da una pellicola di Cronenberg, e a cui un dosaggio più misurato dei colpi di scena avrebbe sicuramente giovato. Il marasma conclusivo ridimensiona un po’ il tutto, con il risultato che Bad monkeys è un romanzo a mio avviso discreto, ma cha lascia in bocca il sapore di un’occasione mancata.

Una curiosità: qui potete trovare la colonna sonora ideale di Bad monkeys, compilata dall’autore.

Voto: 3 su 5
(coming soon: Mia sorella è una foca monaca diChristian Frascella)

“Il mio nome è Legione” di Demetrio Paolin

28 Maggio, 2009 by abo

Il mio nome è Legione
Il mio nome è Legione
Demetrio Paolin
Transeuropa
160 pag., 12,90 euro
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Descritto da Giuseppe Genna (che ne ha fortemente sponsorizzato la pubblicazione) come “un oggetto narrativo urgente”, Il mio nome è Legione è un campionario della sofferenza umana in tutte le sue sfaccettature, una lunga discesa negli Inferi che conduce a guardare il male, fisico e morale, direttamente negli occhi.
Protagonista è Demetrio, un trentenne cupo e solitario che stempera nel giornalismo le sue velleità letterarie.
Nella sua intensa vita interiore si affollano i fantasmi del passato e quelli del presente, lutti, disfunzioni, rapporti tormentati con le donne e coi familiari, ossessioni e manie. Demetrio vive su di sé il male di tutti coloro che lo circondano, da qui il riferimento biblico alla parabola in cui un uomo posseduto, alla domanda di Gesù sul suo nome, risponde “Legione” a significare che molti sono i demoni che lo tormentano.
Non c’è una sola pagina che non morda, mastichi e risputi elementi morbosi, filtrati dalla estrema sensibilità del protagonista.
Paolin non si affida a un vero e proprio sviluppo lineare della vicenda, piuttosto a un andamento a singhiozzo tra passato e presente, che confonde e spiazza.
Nonostante la lunghezza ridotta, il romanzo si legge con una certa fatica, come se ogni tanto ci fosse il bisogno di una boccata d’aria fresca, di guardare fuori dalla finestra alla ricerca di qualcosa che ti tiri fuori dalle sabbie mobili in cui affonda il protagonista.
Non si tratta di una critica, semmai della presa di coscienza che la storia crea un malessere tangibile, e che Paolin ha scritto un romanzo che lascia il segno.
Solo nel finale un barlume di luce sembra illuminare un po’ la vicenda, ma si tratta di un riscatto che deriva dall’accettazione del male, non certo dalla sua sconfitta.
Non è un libro facile, non è un libro divertente, di quelli che una volta chiusi non ci pensi più. Vicino per certi versi alle forme letterarie dell’esistenzialismo, causa un morbo grave: quello del pensiero.
Come diceva qualcuno, lasciate ogni speranza, o voi che entrate…

Qui potete trovare il booktrailer del libro, dell’ormai veterano Grenar.

Voto: 4 su 5
(coming soon: Bad monkeys di Matt Ruff)

Ipse dixit: Marlene Kuntz

20 Maggio, 2009 by abo

Complimenti per la festa! Una festa del cazzo!
Sei così cara e inutile, mia dolce creatura immobile
Complimenti a molle,
ci stupisci quasi fossi nuovo
e invece sei vecchio e gommoso
: bacia la sposa, bacia!
Complimenti a te, c’è quanta acqua vuoi:
dacci dentro, lavati, di tuffo-pancia rompiti!
Festa mesta
Festa mesta
Ci sarebbe da scoprire tutto cio’ che e’ da apprezzare,
me la sento:
sarebbe bene ne potessimo parlare.
Ma non balli, sorridi, saluti, mi sputi la birra
che bevi graziosa;
silenziosamente ti mando a cagare, no, non sai come stare.
E’ tutta rigidita’, è tutta rigidita’,
se metto F
sai, si che lo sai, che cosa fa?
Festa mesta
Festa mesta

La mia dedica è compresa nel grassettato.
A buon intenditor…

Spam

20 Maggio, 2009 by abo

Ricevuta oggi:

Abbiamo visionato il suo curriculum e vorremmo proporle un lavoro.
Potrete guadagnare senza nemmeno dover uscire di casa. La paga viene effettuata ogni settimana.
Tutto ciò di cui dovete disporre è:
1. 1-8 ore di tempo a disposizione.
2. Accesso Internet.
3. Un cellulare
Nel caso le interessasse collaborare con noi comunicate col nostro responsabile tramite l’indirizzo: XXXXXXXX@XXXXXXX
Per fornirvi ulteriori istruzioni, ci occorre sapere qual è il vostro nome, cognome ed età.
Un nostro responsabile vi fornirà una risposta nel breve volgere di massimo 5 – 6 ore.
Grazie.”

Interessante, evidentemente sul mio CV non compare né il nome, né l’età.
Il primo curriculum anonimo della storia.

“Abbiamo sempre vissuto nel castello” di Shirley Jackson

19 Maggio, 2009 by abo

Abbiamo sempre vissuto
Abbiamo sempre vissuto nel castello
Shirley Jackson
Adelphi
182 pag., 18,50 euro
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Mary Katherine ha 18 anni, e vive nella grande casa di famiglia con l’adorata sorella Constance e lo zio Julian, invalido e non del tutto in possesso delle proprie facoltà mentali.
Tutto il resto della famiglia è morto avvelenato qualche anno prima, in circostanze che non sono mai state chiarite, e che hanno portato un’alone di diffidenza sui tre superstiti della famiglia da parte dell’intero villaggio circostante.
Constance passa il suo tempo a prendersi cura dello zio, a coltivare l’orto, a cucinare e pulire, preda di disturbi ossessivo-compulsivi che sembrano essere derivati dal lutto subito. Mary Katherine vive invece immersa nelle immagini che la sua fervida fantasia crea senza sosta, un mondo interiore che sembra decisamente più adatto a una bambina che a un’adolescente e popolato di minacce senza volto da cui difendersi con estemporanei riti magici.
Nonostante l’anomalia della situazione e il quasi totale isolamento, la vita delle due sorelle scorre serena, scandita da una routine che sfocia nella mania.
A sconvolgere questa calma è l’arrivo del cugino Charles, che si stabilisce nella casa sconvolgendone gli equilibri, e scatenando tutto l’odio che scorre nella profondità dell’animo della dolce ma squilibrata Mary Katherine, con conseguenze disastrose.
Di Shirley Jackson ho letto e apprezzato moltissimo La lotteria, che giustificava appieno l’amore di Stephen King per la scrittrice americana, a cui il Re ha dedicato L’incendiaria.
Non posso però dire che Abbiamo sempre vissuto nel castello abbia confermato appieno le mie aspettative. Ci sono molti elementi che lo rendono un ottimo libro, dalla descrizione delle anomale psicologie dei personaggi all’odio misto a paura che suscitano nei vicini. Gli stessi elementi che mi hanno portato alla mente quello che ritengo uno dei migliori scrittori di storie horror di sempre, Mr Edgar Allan Poe. E proprio il paragone con Poe mette in risalto quelli che secondo il mio modesto parere sono le due maggiori lacune di Abbiamo sempre vissuto nel castello: una risoluzione piuttosto scontata e sbrigativa del mistero che riguarda la morte della famiglia e la mancanza di un finale che lasci a bocca aperta, ossia ciò in cui Poe sprigionava ai massimi livelli il suo talento.
Resta quindi un libro sicuramente interessante, e consigliabile a tutti coloro che amano il genere, a patto che non si aspettino emozioni violente o sconvolgenti plot twist.
Intorno alla grande casa isolata si respira un’inquietudine strisciante, non molto di più.

Voto: 3 su 5
(Coming soon: Il mio nome è Legione di Demetrio Paolin)

Bauscia Klan

7 Maggio, 2009 by abo

Una nuova, delirante proposta di quel fine pensatore che risponde al nome di Matteo Salvini: posti sui mezzi pubblici riservati ai milanesi.
Arridatece Rosa Louise Park, per favore.

Qualcosa da dichiarare? Cip!

6 Maggio, 2009 by abo

Di ritorno dal Vietnam, tenta di far entrare negli Stati Uniti una dozzina di rari uccelli canterini, tenendoli legati ai calzini.
Semplicemente un genio.

Qui la foto su Repubblica.it

“Hollywood, Hollywood!” di Charles Bukowski

4 Maggio, 2009 by abo

hollywood-hollywood
Charles Bukowski
Hollywood Hollywood!
Feltrinelli
224 pag., 7,50 euro
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Per scrittori, sceneggiatori, registi e attori Hollywood è la Mecca, il trampolino da cui partire verso un futuro fatto di fama e soldi.
Non è così per il nostro Henry Chinaski, che vi approda a 65 anni dopo aver scritto libri di successo che gli sono valsi una certa notorietà, e accettando con una certa riluttanza di cimentarsi con la stesura di una sceneggiatura.
Con Hollywood, Hollywood! Bukowski scrive un romanzo in cui l’alter ego Chinaski scrive una sceneggiatura che narra la vita di un giovane aspirante romanziere. È in questo gioco di scatole cinesi che si sviluppa una riflessione sul ruolo dello scrittore, sul suo rapporto con il mondo dell’arte in generale, e del cinema in particolare.
L’incontro/scontro con il dorato (o forse solo placcato in oro) ambiente hollywoodiano è sin dalle prime battute all’insegna dello scetticismo.
Le velleità artistiche e intellettuali delle persone che gravitano intorno al roboante mondo del cinema sono per Chinaski niente più che vanità, spasmodiche ricerche di visibilità che gli sono del tutto estranee. Chinaski infatti non scrive per diventare qualcuno, ma solo perché la macchina da scrivere è l’unica cosa che riesca a salvarlo dalla pazzia, a fornirgli un rifugio da tutto il casino che c’è fuori dalla porta della sua stanza, e che trova nell’ambiente cinematografico un terreno più che fertile.
Intorno ad Hank e alla moglie Sarah (giovane, premurosa, e lontana anni luce dalla tipologia di donne che hanno ronzato intorno all’autore in molti dei romanzi precedenti) si affanna un’umanità iperattiva, composta da produttori alla costante ricerca di soldi, registi preoccupati che il proprio film venga annullato, attori capricciosi che cercano di restare sulla cresta dell’onda il più a lungo possibile, tra successi e cadute.
La “Fabbrica dei sogni” si dimostra infatti spietata, tanto rapida a stendere un red carpet davanti alla stella del momento quanto a toglierglielo da sotto i piedi.
La vecchiaia (il romanzo è del 1989, quando l’autore ha ormai 69 anni) sembra aver smussato molti degli spigoli di Bukowski, che osserva il serraglio delle elebrità con lo humor di sempre, ma con piglio più maturo e meno caustico del solito. Restano le passioni di una vita, l’alcol e le corse di cavalli, a venire meno è un po’ dell’impietoso cinismo con cui siamo abituati a guardare il mondo attraverso gli occhi di Hank, e soprattutto l’insaziabile appettito sessuale (argomento che incredibilmente non viene trattato se non di sfuggita) come se fosse intervenuta una sorte di pace dei sensi.
Nonostante questo, un romanzo godibilissimo, come quasi tutto quello che Bukowski ha scritto, ma forse non una delle vette della produzione di questo adorabile, vecchio sporcaccione.

Voto: 3 su 5
(Coming soon: Abbiamo sempre vissuto nel castello di Shirley Jackson)

Ipse dixit: Andrew Masterson

30 Aprile, 2009 by abo

“Non credo nelle otto del mattino. Però esistono. Le otto del mattino sono l’incontrovertibile prova della presenza del male nel mondo.”
da Gli ultimi giorni