Letture del 2011
gennaio 1st, 2012 § 6 commenti
Non c’è che dire, nel 2011 ci ho dato dentro.
Al solito, pochissima saggistica, qualche graphic novel e molta narrativa, con una buona fetta di letture in digitale (erano 0 l’anno scorso, quest’anno grazie al fido Kindle gli ebook sono 16, più del 10% sul totale).
E veniamo alle classicissime classifiche; l’ordine all’interno della categoria è casuale:
Narrativa straniera
Fitzgerald, Il grande Gatsby
Carver, Principianti
Burroughs, Il pasto nudo
Dubus, Voci dalla luna
Whitehouse, Buon compleanno Malcolm
Narrativa italiana
Genna, Italia de profundis
Pincio, Cinacittà
Mozzi, Il male naturale
Voce, Il Cristo elettrico
Mancassola, La vita erotica dei superuomini
Comics
Burns, Black hole
Mazzucchelli, Asterios Polyp
Pazienza, Pompeo
Thompson, Blankets
Infine una carrellata di tutte le letture del 2011, che mi arreda il blog dopo mesi di inattività. Avrei circa 30 recensioni arretrate e non credo proprio di recuperarle; il proposito per il 2012 è cercare un po’ di costanza in più nel postare, staremo a vedere (mai mantenuto un proposito per il nuovo anno, finora, ma magari è la volta buona). E ovviamente auguri a tutti!







2011 in review
gennaio 1st, 2012 § 1 commento
The WordPress.com stats helper monkeys prepared a 2011 annual report for this blog.
Here’s an excerpt:
The concert hall at the Syndey Opera House holds 2,700 people. This blog was viewed about 40.000 times in 2011. If it were a concert at Sydney Opera House, it would take about 15 sold-out performances for that many people to see it.
Click here to see the complete report.
(giusto per dimostrare che non sono ancora morto)
“Buon compleanno Malcolm” di David Whitehouse
settembre 24th, 2011 § 6 commenti
“Ci accomodammo in sala d’attesa. Quando fu il turno della mamma e di Mal io ne approfittai per gettare un’occhiata furtiva all’interno dello studio. Era marrone e di pelle e mi fece venire in mente Sherlock Holmes. Un falangio in vaso dall’aria tristissima faceva la guardia a soprammobili in ottone che vibravano lucidi di cera. C’erano dettagliate immagini anatomiche di bambini alla parete e un vetro smerigliato con una scritta sopra la porta. Tremò quando l’uomo coi baffi e l’aria importante la chiuse dietro di sé e continuò a vibrare come se avesse divorato la mamma e Mal e li stesse masticando trasformandoli in un impasto, per poi sputarli fuori e restituirmeli.
Mi spostai nell’angolo della stanza, dove le sedie allineate lungo le due pareti si incontravano in un mucchio di giocattoli buttati lì a casaccio per prevenire i capricci dei piccoli pazienti. […]
E l’automobilina radiocomandata era senza il telecomando. E la bambola di plastica aveva una gamba spezzata da cui usciva un frammento così acuminato che ti ci potevi tagliare la gola.Giocattoli rotti per bambini rotti.
Giocattoli rotti per bambini rotti […]
Il terzo bambino si chiamava Ron.Era tutto un «Siediti, Ron!», «Calmati, Ron!», «Fa’ il bravo Ronald, per favore fa’ il bravo!». Sua madre si torceva la pelle delle mani mentre colonie di formiche invisibili le si radunavano tra le dita. Era rigida, le spalle dei nodi colossali e il cervello un tiro alla fune.
Ronald fa’-il-bravo stava sfondando il mucchio di giocattoli,. Li calpestò, sollevando bene i piedi e marciando come un generale vittorioso che festeggia la fine di una terribile battaglia sanguinosa aprendosi un varco tra le ossa rotte dei nemici. Prese tra le manine paffute il grande camion rosso dei pompieri che aveva perso da tempo i suoi piccoli pompieri, lo issò sopra la testa e lo scaraventò con forza sul pavimento, dove si schiantò in mille pezzi. Le guance gli si gonfiarono di gioia. Sua madre si tastò i contorni del viso con dita tremanti. E poi Ronald, quel piccolo furfante di Ronald-fa’-il-bravo, rese la scheggia aguzza di una piccola recinzione gialla una volta appartenuta al cortile di una fattoria di plastica senza animali e con forza straordinaria la piantò nella mia coscia. Mi perforò i pantaloni, mi lacerò la carne e quando poi la estrasse si trascinò dietro il mio sangue. Cercai di non piangere. […]
Quando tornammo a casa gettai i pantaloni direttamente nella lavatrice e mi misi seduto sul letto in mutande, stuzzicando per ore il lembo di pelle sulla coscia. Poi Mal venne a prendermi. Io guardai in basso, aveva ricominciato a sanguinare.
«Vieni» disse. «Ti faccio conoscere la mia ragazza».
(ISBN edizioni, 2011, 354 pagine, € 15,90 euro; ebook a € 8,99)
In due parole, David Whitehouse è un esordiente, ma scrive come un veterano. Parte da una buona idea, quella del ragazzo che decide di non alzarsi più dal letto, e ci costruisce attorno una serie di personaggi profondi e sfaccettati (in primis il narratore, ossia il fratello del ragazzo autoesiliatosi a letto).
A condire il tutto, qualche sequenza esilarante, parecchi momenti struggenti, e un talento per le similitudini che la citazione qui sopra riesce a suggerire solo in parte. Fatevi un favore e leggetelo.
“Steps” di Jerzy Kosinski
settembre 18th, 2011 § Lascia un commento
“I walked through the districts where they lived surrounded by fetor and disease. They had nothing to possess or to be proud of. They were united only by the shade of their skin—and I envied them. I walked the streets in the heat of the sultry day and peered into rooms full of screaming infants and rotten mattresses piled on the floor, the old and the sick lying flattened on their beds or bending low in their chairs. In the dead-end alleys I watched the girls in groups, giggling. I stared at the shouting boys playing ball in the empty lots, saw the paralyzed and the doped sprawled on the sidewalks—living obstacles for the blind and the half-witted. I watched the dirt-smeared children smashing bottles against the never-emptied garbage cans, chasing cats and dogs and each other around the abandoned cars from which everything of value and every shred of rubber and fabric had been stripped by persistent petty thieves.
I envied those who lived here and seemed so free, having nothing to regret and nothing to look forward to. In the world of birth certificates, medical examinations, punch cards and computers, in the world of telephone books, passports, bank accounts, insurance plans, wills, credit cards, pensions, mortgages, and loans they lived unattached, each of them aware only of himself.
If I could magically speak their language and change the shade of my skin, the shape of my skull, the texture of my hair, I would transform myself into one of them. This way I would drive away from me the image of what I once had been and what I might become; would drive away the fear of the law which I had learned, the idea of what failure meant, the yardstick of success; would banish the dream of possession, of things to be owned, used, and consumed, and the symbols of ownership—credentials, diplomas, deeds. This change would give me no other choice but to remain alive.
Thus the world would begin and die with me. I would see the city as a mutant among the wonders of the world, its chimneys polluting the air, its roots poisoning the earth, its tentacles setting one man against another and strangling them both in their hopeless contest I would map the city’s highways and tunnels and bridges, its subways and canals, its neighborhoods adorned by beautiful homes filled with priceless objects, rare libraries, and fine rooms, its clever networks of pipes and cables and wires under the streets, its police departments and communications stations, its hospitals, churches, and temples, its administrative buildings crowded with overworked computers, telephones, and servile clerks. Then I would wage war against this city as if it were a living body.
I would welcome the night, sister of my skin, cousin of my shadow, and have her shelter me and help me in my battle. I would lift the steel lids from the gutters and drop explosives into the black pits. And then I would run away and hide, waiting for the thunder which would trap in mute telephone wires millions of unheard words, which would darken rooms full of white light and fearful people.
I would wait for the midnight storm which whips the streets and blurs all shapes, and I would hold my knife against the back of a doorman, yawning in his gold-frogged uniform, and force him to lead me up the stairs, where I would plunge my knife into his body. I would visit the rich and the comfortable and the unaware, and their last screams would suffocate in their ornate curtains, old tapestries, and priceless carpets. Their dead bodies, pinned down by broken statues, would be gazed upon by slashed family portraits.
Then I would run to the highways and speedways that surge forward toward the city. I would have with me bags full of bent nails to empty on their asphalt I would wait for the dawn to see cars, trucks, buses approaching at great speed, and hear the bursting of their tires, the screech of their wheels, the thunder of their steel bodies—suddenly grown weak as they crashed into each other like wineglasses pushed off the table.
And in the morning I would go to sleep, smiling in the face of the day, the brother of my enemy.”
(Grove Press, 1997; 148 pagine, $ 10,17)
“Il terzo poliziotto” di Flann O’Brien
settembre 11th, 2011 § Lascia un commento

(Adelphi, 248 pagine, 19 euro)
«Si tratta di una bicicletta?» domandò.
[…]
«No» risposi, allungando una mano per appoggiarmi al banco. Il Sergente mi guardò con aria incredula.
«Siete sicuro?» disse.
«Sicurissimo».
«Di una motocicletta, allora?»
«No».
«Con le valvole in testa e la dinamo per i fari? E magari il manubrio da corsa?».
«No».
«In tale circostanzialità, non può evidentemente trattarsi di una motocicletta.
[…] Non guasterebbe se riempiste questi moduli» disse. «Ditemi,» continuò «non siete per caso un dentista ambulante, e non girate con un triciclo?».
«No, per nulla» risposi.
«O con un tandem brevettato?»
«No».
«I dentisti sono una congrega imprevedibile» disse. «Si tratterebbe dunque di un velocipede o di un triciclo a ruota alta?».
«No, niente affatto» risposi pacato. Di nuovo corrugando la fronte lui mi diede una lunga occhiata scrutatrice, come per vedere se dicevo sul serio.
«Sicché non sareste un dentista,» disse «ma semplicemente uno che vuole una licenza per un cane, o i documenti per un toro?».
«Non ho detto di essere un dentista,» dissi in tono brusco «e non ho nemmeno parlato di tori».
Il Sergente mi guardò con aria incredula.
«Questa è proprio curiosa» disse. «Questo è proprio un rebus enigmatico, un vero busillis».
Se lo prendesse in mano Terry Gilliam, qua ci scappa il capolavoro.
Non credo sarò più in grado di guardare una bicicletta con gli stessi occhi di prima.
“Il Cristo elettrico” di Lello Voce
luglio 29th, 2011 § 6 commenti

(No Reply, 2006, 224 pagine 14 euro)
Breve segnalazione prima dello stop estivo.
Si tratta del Cristo elettrico di Lello Voce, che, ve lo dico fin da subito, è una bomba.
Conclusione della trilogia iniziata con Eroina (Transeuropa, 1999) e continuata con Cucarachas (Deriveapprodi, 2001), sintesi che prende i due romanzi succitati, li spezzetta e rimonta a capitoli alternati, arrivando a una strano ibrido: i capitoli dispari con l’Enrico, Gian Burrasca/Malaussene tossico amante della poesia e amico degli scarafaggi, che si precipita verso il tragico epilogo della sua giornata da junkie, e quelli pari con le lettere che il nostro scrive dal carcere alla madre, dopo l’epilogo di Eroina. Lettere che partono dall’ultima e vanno a ritroso fino alla prima, giocando con il tempo, uno dei temi fondamentali del libro.
E poi ancora l’immigrazione, i baluginii di rivoluzione e il loro spegnimento, lo stato delle carceri, gli abusi di potere, e la scimmia, e i soldi per calmarla che non si trovano mai.
Che Voce sia prima di tutto poeta lo si intuisce fin da subito, nella composizione delle frasi e nel lavoro sulla lingua, una ricerca che mi sembra aver pochi paragoni nella narrativa italiana contemporanea.
Sentite un po’.
Un TIR dopo l’altro sfrecciava e l’Enrico veleggiava sospinto dagli sbuffi del cappottone-spinnaker che si gonfiava e sgonfiava come un cuore pulsante, si mangiava la Nazionale, sospinto dalla forza del vento a gasolio che spazzava la strada, chinandosi e raddrizzandosi per sfruttare meglio l’energia rombante di quell’Eolo a iniettori. Ma è giunto quasi alla piazza, l’Enrico. È ormai sotto il Cristo elettrico: spento e mattutino, bianco plasticato all’albeggio, quasi grigio ormai, nel nuvolo della mattina, si erode, il mite e mansueto Gesù psichedelico, immerso nella salsedine che laboriosa si impegna a procurargli un cancro irreversibile ai relais, un cortocircuito definitivo ai filamenti e ai tubi catodici, un apoplettico ai neon ed un’artrosi deformante ai sostegni, una ruggine galoppante e vendicatoria… O almeno così si augurava l’Enrico.
Svicolò l’Enrico. Attraccò il pastrano a vela e la chiglia delle ossa sue al capo estremo del banco. Si protese verso il ragazzotto che serviva al banco ballando un mambo frenetico. Lo bloccò con le mani. Gli spiegò a gesti, nella babilonia generale, che voleva il Giùdio. Per la barba e i capelli Una buona regolata ai prezzi di mercato.
[…] Ma che bella sorpresa! Guarda, guarda il nostro caro Enrico che viene, pure lui, dal Giùdio maledetto. Dallo sfruttatore bieco e capitalista della rota altrui… dal parassita soprofago che campa e ingrassa sulle vene del prossimo tuo. Come se non ti fosse bastata la ripassata dell’altro ieri…
E come sta quella gran metafora della mamma tua? Alludeva il Giùdio e si curava l’unghia del mignolo destro con uno stuzzicadenti. Ripuliva dal crassume ogni angolo dell’appendice sconsideratamente lunga e affilata e poi glielo passava ostentatamente sulla manica del pastrano, al’Enrico, il mucchietto di monnezza che ci restava attaccato in punta…
Nella premessa, Voce esordisce con “Cari i miei 25 lettori”…
Ecco, se con questa segnalazione diventassero anche solo 26, io ne sarei contento, e quell’uno in più leggerebbe un gran romanzo.
Non dovete neanche fare la fatica di procurarvelo, se vi basta un pdf lo trovate qui.
Qui invece il sito dell’autore.
Detto ciò, buone vacanze, dovunque voi andiate, dovunque rimaniate.
Legge sul prezzo del libro & obiezioni varie
luglio 27th, 2011 § 6 commenti
E alla fine ecco la tanto discussa legge sul prezzo del libro, qui. Ed ecco anche il mio (non richiesto) punto di vista su alcune delle obiezioni che si leggono in giro.
Questa legge è fatta per colpire Amazon (al nome Amazon, scatta una musica celestiale).
Oltre ad Amazon, sarebbe il caso di espandere il discorso anche ai grandi retailer online che si affacciano sul mercato: Apple e Google.
Ora, sono un soddisfattissimo possessore di Kindle, nonché un mac user della prima ora, e la mail di questo blog è su Gmail: tutti e tre questi colossi offrono prodotti e servizi che apprezzo. Però da questo a vederli come benefattori della cultura ce ne passa. Bezos ha scelto il libro come mercato perché ha intuito che fosse un settore dai grandi margini, NON per una lacerante passione culturale. Goggle sta scannerizzando milioni di libri per poi vendere più pubblicità, NON perché è preoccupata di conservare lo scibile umano.
Vorrei anche ricordare, come avevo già postato tempo fa, che Amazon non è propriamente un bengodi, soprattutto per i piccoli editori.
Se domani tutti questi grandi player scoprissero che con la carta igienica si fanno affari d’oro, bye bye cultura.
Ci andrei molto cauto con l’agiografia di Amazon e company, insomma.
La legge è frutto dei soliti grandi gruppi di potere editoriale.
Curioso, visto che decine e decine di piccoli e medi editori si sono espressi a favore, e quando l’hanno criticata, lo hanno fatto chiedendo che fosse ancora più restrittiva. Si veda ad esempio questa pagina, che raccoglie un gran numero di editori indipendenti italiani, e che da tempo chiedevano una regolamentazione degli sconti. Qui invece un’intervista a Sandro Ferri di e/o.
Nella legge e nel dibattito parlamentare, il riferimento alla sopravvivenza dei piccoli librai è pura ipocrisia.
Già, peccato che i librai la pensino esattamente all’opposto.
Provate a uscire di casa e a chiedere a un libraio indipendente che ne pensa della nuova legge: è assai probabile ce vi dica che si poteva fare di più, limitare ulteriormente gli sconti, ma certo non sarà contrario.
Al di là delle motivazioni della legge, guardiamo agli effetti: aiuta i piccoli librai a sopravvivere? Forse non basta, ma credo che almeno aiuti.
Con questa legge, a prendersela in culo sono i lettori.
Sul breve periodo, il ragionamento non fa una grinza. Il lettore gioisce se può mettere le mani su un libro a metà prezzo, e si incazza se glielo impediscono (fermo restando il fatto che con la legge gli sconti non scompaiono, vengono solo regolamentati). Quello che però mi fa pensare sono gli effetti sul lungo termine. Non credo all’ingenua dicotomia piccolo=buono e grande=cattivo, credo però fermamente che varietà=bene.
Chi si fa accecare dal risparmio oggi dovrebbe secondo me valutarne anche gli effetti domani: il rischio, imho, è che mantenere sconti selvaggi inneschi una spietata selezione, e che questa inasprisca il già ben avviato meccanismo delle grandi concentrazioni editoriali. Dalla selezione, come è noto, escono vivi quelli che hanno maggiori capacità di adattamento (nel caso specifico, quelli che hanno anche giornali, tv, periodici eccetera). L’editore piccolo/medio di qualità (qualità data dal catalogo, non dalle dimensioni, è bene ripeterlo) può chiudere i battenti.
Apocalittico come sono, temo insomma che ci possano essere tonnellate di Dan Brown prezzi irrisori, e poco altro; e non vorrei trovarmi un domani a rimpiangere la varietà a prezzo pieno.
Per tutelare la libertà del lettore, mi sembra invece assai sensato iniziare a lavorare sul sistema bibliotecario, come proposto qui da Giuseppe Laterza.
Per seguire su Twitter l’intenso dibattito di questi giorni sula legge, l’hashtag è #leggelevi
Convergenze
luglio 26th, 2011 § Lascia un commento
“Si è e si resta schiavi finché non si è guariti dalla smania di sperare”
E.M. Cioran, in Squartamento
“Italia De Profundis” di Giuseppe Genna
luglio 7th, 2011 § 2 commenti


Italia De Profundis
Giuseppe Genna, 2008
minimum fax
350 pagine, 15 euro
Cosa sia questo parallepipedo di carta, io proprio non saprei dire.
Romanzo, autofiction, dissezione di un corpo, autopsia di un paese, forse tutte queste cose insieme. Oppure, con una locuzione che fa venire il mal di pancia a molti, Unidentified Narrative Object.
Quale che sia la definizione, come accade quando il nome del protagonista è lo stesso dell’autore, la caccia alla percentuale di autobiografismo è una tentazione cui è difficile resistere.
Credo però sia operazione inutile, qui persino fuorviante e ben presto disinnescata:
Io sono lo scrittore Giuseppe Genna.
Io sono quello che, in un frangente simile, prende il timone e dirotta la nave verso le spiagge a cui mira.
Io fingo.
Perdiamoci quindi un po’ tra i flutti di questo mare in tempesta e cerchiamo di interpretare le coordinate del nocchiero Genna, che fingendo ci trascina con sé.
Il De Profundis nasce come un resoconto di un soggiorno da incubo in un villaggio vacanze siciliano, nell’estate del 2007. L’ispirazione, per altro dichiarata, è di scrivere qualcosa di simile a Una cosa divertente che non farò mai più di David Foster Wallace, con alcune fondamentali differenze. Laddove Wallace si dimostrava ironicamente distaccato dagli eventi e dalle persone che descriveva, come un entomologo che studi i comportamenti di una strana specie di insetti, altri da sé, Genna fatica a prendere le distanze dalla variopinta e sudaticcia umanità che gli gravita attorno. Non perché i suoi comportamenti o le sue idee siano assimilabili a quelle degli altri villeggianti, rappresentanti del più becero e ignorante analfa-leghismo, ma per una sorte tragica che si intuisce comune a tutti, e che ha radici indefinite ma difficile da estirpare.
Italiani loro, italiani lui: poco o nulla importa che passino il tempo a parlare di vuoto pneumatico, mentre il protagonista legge Kafka e Burroughs:
Anche io guardo, io non sono differente da nessuno. Io sono nessuno.
Vengo qui in contatto diretto con la bruciante e perenne sensazione che il mio corpo sia indesiderabile, disabile […] È l’orrore puro: io.
Nell’economia di Italia de profundis quello che in partenza doveva essere il cuore pulsante viene però relegato, quasi a causa di oscure forze centrifughe, alla periferia: il resoconto delle vacanze in Sicilia occupa solo un terzo delle pagine, quello finale.
I due terzi precedenti diventano così un doloroso percorso propedeutico, una discesa nell’abisso che un tale di nome Giuseppe Genna porta dentro (e fuori) di sé, e organizzata secondo una serie di episodi, di deviazioni che impediscono di arrivare là dove si vuole andare, sulle spiagge assolate dell’estate del 2007.
La morte del padre, malato di tumore e finito da un infarto; una fastidiosa eruzione cutanea; una tormentata storia d’amore e la conseguente perdita; la somministrazione di un’eutanasia; una tardiva autoiniziazione all’eroina; una folle notte di umiliazioni ad opera di tre trans.
E ancora, il possibile funerale della cultura umanista, un incontro con David Lynch, i vagabondaggi solitari a Berlino.
Il De Profundis, come si potrà intuire, riguarda non solo l’Italia, ma lo stesso Genna, che sembra identificarsi (solo nella fiction?) con alcuni dei luoghi oscuri del proprio paese, meglio, del proprio tempo.
Un gran libro, sia per la densità dei temi, sia per la (a mio avviso indiscutibile) qualità della scrittura.
Fa male leggerlo, posso solo supporre quanto abbia fatto male scriverlo.
“Restituiscimi il cappotto” di Adrian Bravi
luglio 1st, 2011 § Lascia un commento
Quindi ‘sti 2 euro e 90 li ho spesi volentieri, e mi sono portato a casa “Restituiscimi il cappotto” di Adrian Bravi, rigorosamente senza DRM Adobe.
La trama la copioincollo, con questo caldo la pigrizia mi devasta:
La scomparsa di un cappotto azzurro polvere impedisce al protagonista di realizzare i suoi progetti, cioè di ammazzarsi come aveva deciso di fare dopo aver capito che «la morte è l’unica cosa che può salvare da tutte le fatiche». Senza cappotto, tocca ancora stare qui a faticare, a patire freddo, a avere vergogna, a dannarsi con le parole.
La citazione, invece, la trascrivo io:
Diciamola tutta, nel mio caso l’idea del suicidio era nata dall’impossibilità di non aver potuto, per primo, ammazzare tutte le persone che vedevo per strada, affannate, sempre di corse.
Era quella la mia principale ambizione: disfarmi di quelli che hanno troppe pretese. Volevo convincermi che, uccidendoli, gli avrei fatto un piacere. Però, non riuscendo in tale proposito, avevo deciso di ammazzarmi senza dare fastidio a nessuno.
Il romanzo, piuttosto breve, non è che una sorta di lettera/esortazione che il protagonista scrive a colui che si è permesso di rubargli il cappotto. Un po’ si ride, un po’ ci si rattrista. Forse a lungo andare cade un po’ nella ripetitività, ma tutta la prima parte è ottima, e Bravi dimostra di saperci fare.
Quindi, dai, cazzo, restituiscimi il cappotto.
E compra pure ‘sto ebook, che costa poco e ne vale la pena.



