![]()
Finito due giorni fa, fatto decantare un po’ per schiarirmi le idee, dunque:
Da Soffocare in poi, ogni libro di Palahniuk deve fare i conti con l’eccellenza di Fight club, Survivor e Invisible monsters, e sono cazzi amari. Soffocare si è salvato, secondo il mio parere di lettore affezionato, perché era all’altezza dei precedenti. Anche per i futuri detrattori, del resto, era un buon libro. Ninna nanna, Diary e Cavie sono stati invece bollati, forse troppo frettolosamente, con un “non scrive più come una volta“. Un giudizio severo - soprattutto per alcuni racconti e per l’indimenticabile cornice da Decamerone splatter di Cavie - ma in parte condiviso anche dai fan più fedeli. Rabbia è forse la risposta di Palahniuk a questa sfiducia, perché è diverso dai romanzi precedenti. Lo è nella forma scelta, ossia la ricostruzione della storia di Rant Casey grazie a una serie di testimonianze, di interviste trascritte. Palahniuk dimostra buona padronanza delle diverse voci, ma questa moltiplicazione dei punti di vista fa un po’ perdere forza alla voce dello scrittore stesso, perché impedisce di ricorrere a ripetizioni e tormentoni ed elimina i dialoghi. A conti fatti, due delle caratteristiche che più contribuivano a rendere particolare la scrittura di Palahniuk.
Rabbia si discosta dal passato anche per la trama, che mescola temi e atmosfere cari allo scrittore di Portland con inedite incursioni nei territori della fantascienza e della fisica quantistica. La sorpresa è che proprio queste incursioni sono forse la cosa più riuscita del libro, e non è un caso che ad esse Palahniuk affidi tutta la parte finale, come di consueto una mitraglia di rivelazioni.
Come dice Brian Cox/Robert McKee a Nicholas Cage/Charlie Kauffman ne Il ladro di orchidee, “se il finale è forte li avrai tutti in pugno”.
Lo sa bene Palanhiuk, che potendo contare sulle enormi possibilità della fantascienza chiude il cerchio con un bel po’ di sorprese e ti lascia lì a pensarci un po’ su.
Se a metà libro pensate che il party crashing sia una versiona sbiadita e priva di ispirazione del fight club, sappiate che arrivati alla fine non sarà del party crashing che rimuginerete.
Mi viene in mente un altro scrittore che scriveva libri di fantascienza conditi di cinismo in cui parlava in filigrana del presente, e anche lui non sbagliava un finale.
Si chiamava Kurt Vonnegut.
La mia impressione è che se Palahniuk continuasse a seguire il filone fantascientifico a cui si è avvicinato con Rabbia potrebbe diventare un Vonnegut molto molto più cattivo.
Intanto io sto già sbavando in attesa del prossimo libro.
Forse perché in definitiva Rabbia è altamente contagioso.
Voto: 3,5 su 5
(coming soon: “La fiera dei serpenti” di Harry Crews)
sono d’accordo con te Kak sull’analisi della bibliografia, credo che i livelli di Survivor e Invisible monsters siano inarrivabili per ferocia, spietatezza della critica sociale e cinismo (che tanto ci piace). Dal punto di vista dell’intrattenimento, Lullaby e Soffocare se la cavano alla grande, Cavie è un capitolo a sè stante, Diary l’ho rimosso, quindi non dev’essere stato il migliore. Il talento nel creare colpi di scena forse salverà più e più volte la sua pellaccia ruvida. Credo da sempre che un finale malriuscito possa rovinare tutto, ma un bel finale a volte non basti a definire grande un romanzo.
Non mi trovi d’accordo quando dici che la moltiplicazione dei punti di vista fa perdere forza alla voce dello scrittore: trovo invece che tale forza riesca a penetrare in profondità nelle varie voci narranti, che rimangono ovviamente diverse tra loro, ma tutte accomunate da quel “quid” che rende unica la scrittura di Palahniuk. Pensavo che scegliendo una forma narrativa del genere l’approccio alla storia risultasse anch’esso frammentato e discontinuo. Mi sono dovuto ricredere dopo poco più di 50 pagine, il resto è venuto da sè.