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Dopo lo sbirro violento e cocainomane di Cane rabbioso, il protagonista di Nazi Paradise è un hacker neonazista che si gonfia di birra. Dalla penna di Petrella escono solo personcine ammodo, non c’è che dire.
Anche in Nazi paradise quel che emerge, vivido, è la scrittura, che si conferma di alto livello. Diversa, seppur immersa in un’atmosfera affine, è l’ambientazione, popolata di skinhead ed hacker e decorata da episodi tanto esilaranti quanto miserabili (due su tutti le sessioni di sesso via chat e il cane addestrato allo scippo). I personaggi hanno volti più scolpiti, più fisici delle comparse senza nome che in Cane rabbioso sfioravano la folle corsa verso il nulla del protagonista. La trama non risulta troppo elaborata, ma comunque godibile. Forse l’intreccio non sembra nell’insieme troppo verosimile, ma è spietato, è violenza sputata in faccia (e probabilmente la scelta dell’ambiente neonazista in questo aiuta).
Nazi paradise mi ha lasciato però un dubbio, e cioè che uno stile così cinetico di scrittura si esprima meglio nella forma del racconto lungo che del romanzo.
E qui voglio fare una precisazione e un mea culpa: un sacco di gente nelle interviste ha chiesto a Petrella perché Cane rabbioso fosse così corto, e anch’io avevo indicato nella brevità il suo principale difetto. Però adesso devo ammettere di essermi reso conto che se Nazi Paradise è una frustata, Cane rabbioso era uno sparo.
E che se entrambi sono più che efficaci, la velocità del secondo lascia un segno più profondo.
Voto 3 su 5
(coming soon: “La bibbia al neon” di John Kennedy Toole)
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