Archivia per Gennaio 2008

“Non è un paese per vecchi” di Cormac McCarthy

non-e-un-paese-per-vecchi.jpg
Texas, 1980.
Llewelyn Moss, reduce del Vietnam, durante una battuta di caccia si imbatte nei resti di un sanguinoso scontro tra narcotrafficanti.
Tra i cadaveri, una borsa contenente 2 milioni di dollari, seducente quanto la mela del paradiso terrestre.
Conscio del rischio che corre Moss se ne impadronisce, non riuscendo a resistere alla tentazione di una vita nuova, diversa. Dietro a Moss si scatenano sicari messicani, un uomo senza scrupoli in possesso di un’arma tanto non convenzionale quanto letale, e lo sceriffo Bell, disilluso tutore di un ordine che non c’è più.
Una lunga scia di sangue scandisce la fuga di Moss, con un numero di vittime che lo sceriffo Bell non può far altro che guardar aumentare, attonito.
Proprio lo sceriffo, negli splendidi capitoli in prima persona, è depositario del digusto per quello che l’America è diventata. O che forse è sempre stata: paese fondato sul sangue, mondo brutale in cui le motivazioni che spingono alla violenza rimangono imperscrutabili, se non del tutto assenti. McCarthy lascia molto di non spiegato su ciò che ha preceduto e su ciò che seguirà al finale, sospeso e senza via d’uscita come tutta la vicenda. Si affida a uno stille ellittico, a una prosa chirurgica che, ulteriormente scarnificata, darà origine a quel capolavoro che è “La strada”.
Nessuna concessione alla psicologia dei protagonisti, se non nei fulminanti dialoghi, vivi pezzi di bravura di uno scrittore che per altro vive ormai quasi da recluso in Texas.
I fratelli Coen hanno deciso di portare “Non è un paese per vecchi” sul grande schermo, spero solo non siano caduti nella trappola hollywoodiana dell’happy end a tutti i costi. Pensare che tutto si possa aggiustare al termine di una storia di degrado senza speranza come questa significherebbe snaturarla completamente.

Voto: 4 su 5

(coming soon: “Brooklyn senza madre” di Jonathan Lethem)

Ipse dixit: Louis Ferdinand Celine

“Chi parla dell’avvenire è un cialtrone, è l’adesso che conta.
Invocare i posteri, è parlare ai vermi.”

da “Viaggio al termine della notte”

Viva la vita!

Il Presidente Bush si schiera contro l’aborto, partecipando all’annuale “Marcia per la vita” a Washington.
“Ogni vita va preservata” dice.

Oh, certo, tranne quella dei condannati a morte, vero George W.?

“Cherudek” di Valerio Evangelisti

cherudek.jpeg
Cherudek ci trascina negli ultimi anni della prima fase della Guerra dei Cent’anni, quando un esercito di soldati di non-morti terrorizza il sud della Francia. Inviato per fare chiarezza sul fenomeno, Eymerich si trova a fronteggiare una minaccia che mette in pericolo non solo l’ortodossia, ma l’ordinamento del mondo così come lo conosciamo, e che sembra ruotare attorno a una campana priva di batacchio. Le vicende dell’inflessibile Inquisitore Generale del regno aragonese come da tradizione si fondono con storie parallele. Un misterioso paesino costantemente avvolto dalla nebbia in cui si muovono personaggi sospesi nel tempo zero, e la voce narrante di uno spirito senza corpo, fluttuante barlume di coscienza che osserva l’evolversi della storia dall’esterno. Non un romanzo semplice, intriso com’è di disquisizioni teologiche e di speculazioni sull’eresia, ma in cui l’azione non viene mai meno. Evangelisti ha la capacità di non annoiare mai, e quando tira le fila delle diverse dimensioni è particolarmente convincente.
Tra i vari temi trattati, il rapporto tra il principio maschile e quello femminile, dai culti pagani di fertilità al maschilismo che macchia la storia della Chiesa. Ispirazioni simili a quelle del sopravvalutato (e posteriore) Il Codice da Vinci.
Il fatto che Dan Brown abbia venduto qualche milione di copie in Italia, pur non essendo neanche lontanamente all’altezza di Evangelisti è una di quelle cose che fa riflettere.
E dico questo solo in riferimento a queste tematiche religiose, perché nelle componenti sovrannaturali Brown fa la figura dello scolaretto davanti al maestro, e il confronto non si pone neanche.
Sporadici in Cherudek i riferimenti ad eventi passati.
Il fatto poi che l’ordine di pubblicazione dei romanzi della serie non segua quello cronologico della vita dell’Inquisitore rende di per sé lecito partire proprio dal Cherudek, immersi nella nebbia.
Che altro devo dire? Una grande prova di quello che secondo me è il più completo scrittore italiano in circolazione.

Voto: 4 su 5

(coming soon: “Non è un paese per vecchi” di Cormac McCarthy)

“È un attacco personale”

È un attacco personale
Non entro nel merito dei singoli casi giudiziari, ma se tutti politici che scelgono questa autodifesa fossero sinceri, “Posso spiegarti tutto, non è come pensi” lo direbbero i puri di cuore, e mai il fedifrago smascherato.

Fobie

Non più solo agorafobia, aracnofobia o claustrofobia.
Secondo ChangeThatsRigthNow, sono ben 1500 le paure di cui soffre l’umanità.
Tre le più strampalate (e meno provate scientificamente), l’impronunciabile ippopotamostrosesquipedalofobia, ossia la paura delle parole troppo lunghe, e la coulrofobia, ovvero il terrore dei clown (chi ne soffre non si sogni neanche di andare a vedere “Halloween” di Rob Zombie, a meno che non sia in cerca di una terapia d’urto).
Per ognuna, ChangeThatsRigthNow offre cure al modico costo di 1500 dollari.
Cifra che a me fa parecchio paura…

Sweet home, Alabama!

Alabama, getta da un ponte i 4 figli, di età compresa tra i 4 mesi e i 3 anni.
Il motivo del gesto, una ripicca verso la ex moglie, con cui aveva avuto una lite sull’affidamento dei bambini.

Certo che ’sto pianeta brulica di pazzi bastardi…

La notizia qui.

Talassoterapia d’urto

Impossibilitata a svolgere il suo lavoro di GIP per un mal di schiena che le impediva anche di stare seduta, riusciva nel frattempo a partecipare alla Rolex Fastnet race, regata d’altura, documentando anche la propria partecipazione sul suo sito.

La notizia qui.

Domani chiamerò l’ufficio dandomi per febbricitante, per potermi dedicare alla mia traversata, Milano-Pavia a nuoto sul Naviglio.
Le immagini dell’impresa presto disponibili su MondoBalordo.

Bilancio

Oltre 5000 hits in poco più di tre mesi di vita di MondoBalordo.
Non certo numeri da blogstar, ma anche io, nel mio piccolo, mi accontento…
Grazie a tutti!

Socrate 2008

“Minchia, io di storia non so niente.
L’America scoperta nel 1892, solo questo so.”

(sentita ieri sera in un bar)

“Permesso speciale pangalattico: validità 3 giorni” di Kilgore Trout

Era una storia emozionante, tutta imperniata su un uomo che aveva preso parte a una specie di spedizione alla Lewis e Clark dell’era spaziale. Il protagonista era il sergente Raymond Boyle.
La spedizione aveva raggiunto quello che sembrava l’orlo assoluto e finale dell’universo. Oltre l sistema solare in cui si trovavano i membri della spedizione pareva che non ci fosse più nulla, e loro stavano montando degli apparecchi per captare i più deboli segnali che potessero venire dal più impercettibile qualcosa in tutto quel nulla di velluto che si stendeva là fuori.
Il sergente Boyle era un terrestre. Era l’unico terrestre della spedizione. Anzi, era l’unica creatura proveniente dalla Via Lattea. Gli altri membri della spedizione venivano da tutte le parti. La spedizione era uno sforzo congiunto finanziato da circa 200 galassie. Boyle non era un tecnico. Era un insegnante di inglese. Il fatto era che la Terra era l’unico posto, in tutto l’universo conosciuto, dove si usasse il linguaggio. Era una singolare invenzione dei terrestri. Tutti gli altri usavano la telepatia mentale, perciò i terrestri potevano trovare ottimi impieghi come insegnanti di lingue ovunque andassero, o quasi.
La ragione per cui certe creature volevano usare il linguaggio anziché la telepatia mentale era questa: avevano scoperto che col linguaggio si poteva fare assai di più. Il linguaggio le rendeva molto più attive. La telepatia mentale, con tutti che dicevano tutto a tutti in continuazione, produceva una sorta di indifferenzageneralizzata nei riguardi di ogni comunicazione. Invece il linguaggio, con i suoi significati lenti e ristretti, offriva la possibilitàà di pensare a una cosa alla volta, di mettersi a ragionare in termini di progetti. Boyle fu chiamato fuori dall’aula e invitato a presentarsi immediatamente al comandante della spedizione. Non riusciva a immaginare di cosa si trattasse. Entrò nell’ufficio del comandante, salutò militarmente il vecchio. Veramente, il comandantenon aveva affatto l’aria di un vecchio. Veniva dal pianeta Tralfamadore ed era alto più o meno come una lattina di birra terrestre. Veramente, non somigliava neanche a una lattina di birra. Sembrava un piccolo sturalavandini.
Non era solo. Era presente anche il cappellano della spedizione. Il cappellano veniva dal pianeta Glinko-x-3. Era una specie di enorme fisalia, in un serbatoio di acido solforico a rotelle. Il cappellano aveva un’aria grave. Era successa una cosa terribile.
Il cappellano invitò Boyle a farsi coraggio, e poi il comandante gli disse che c’erano bruttissime notizie da casa. Il comandante disse che a casa c’era stato un decesso, che Boyle varebbe avuto un permesso speciale di 3 giorni, che doveva prepararsi a partire immediatamente.
“È… è… la mamma?” disse Boyle, sforzandosi di ricacciare le lacrime.
“È papà? È Nancy?” Nancy era la ragazza della porta accanto.
“È il nonno?”
“Figliolo?…” disse il comandante, “fatti animo. Mi spiace di doverti dire questo: non è chi è morto, è cosa.”
“Cos’è morto?”
“Quella che è morta, ragazzo mio, è la Via Lattea

(citato in “Dio la benedica, Mr Rosewater”)

“Dio la benedica, Mr Rosewater” di Kurt Vonnegut

dio-la-benedica-mr-rosewater.jpg
Sì, lo so, avevo annunciato che il prossimo libro sarebbe stato Cherudek di Evangelisti.
Solo che poi mi sono reso conto di essere in crisi di astinenza da Vonnegut, e così ho puntato su Dio la benedica, Mr Rosewater.
Mai scelta fu più azzeccata.
Si tratta del primo romanzo in cui compare Eliot Rosewater, ricco rampollo di una facoltosissima famiglia americana e amministratore unico della Fondazione, creata dai Rosewater per evitare il proprio patrimonio venga intaccato dalle tasse di successione.
Eliot rispunterà anche in Mattatoio n° 5, in La colazione dei campioni e in Hocus Pocus, ma è qui che ne abbiamo il ritratto più completo.
Filantropo, alcolizzato, ossessionato dai vigili del fuoco e con qualche rotella fuori posto in seguito a traumi di guerra, Eliot Rosewater è un esempio della carità portata all’estremo. Dà aiuto a chiunque lo chieda, esponendosi alle critiche del padre senatore e ad accuse di insanità mentale che rischiano di costargli molto care nelle aule dei tribunali.
Lo fa in modo talmente disinteressato da non ricordarsi neanche chi abbia aiutato poche ore prima, e generando così dialoghi paradossali che sono forse la parte più divertente del libro.
Per il resto, Vonnegut si gioca qui tutte le sue carte migliori: filosofia spicciola in risposta a problemi macroscopici, alberi genealogici che si compongono sulla pagina con una maestria e un gusto di raccontare invidiabili, e una simpatia, nel senso più letterale del termine, per l’umanità che a volte spinge quasi alla commozione.
Incredibile, ancora una volta, la capacità di critica dei mali del nostro tempo (nella fattispecie il capitalismo disumanizzante) con una leggerezza tale da rendere il lettore schizofrenico, diviso tra il puro divertimento dei dialoghi, dei personaggi e delle situazioni e la serietà, il messaggio potremmo dire, che la narrazione sottointende.
Tra le chicche, il famosissmo monologo di Eliot sugli scrittori di fantascienza (fulminante già dal commosso incipit: “Vi amo, figli di puttana, siete i soli che leggo, ormai”) e nel finale un cameo di Kilgore Trout, lo scrittore preferito da Eliot.
Proprio a Trout si deve la difesa della ragionevolezza di Eliot, unico secondo lui ad aver risposto all’annosa domanda “Come si fa ad amare la gente che non serve a nulla”.
A mio avviso, assieme a Mattatoio n°5, la vetta più alta raggiunta dal Vonnegut non fantascientifico.

Voto: 4,5 su 5

(coming soon: “Cherudek” di Valerio Evangelisti, stavolta sul serio)

“La prima Corte distrettuale di Grazie” di Kilgore Trout

La prima Corte distrettuale di Grazie era un tribunale dove potevi trascinare le persone se ti sembrava che non ti fossero state abbastanza riconoscenti per quello che avevi fatto per loro. Se il convenuto perdeva la causa, la corte gli dava la possibilità di scegliere tra il ringraziare il querelante in pubblico e l’andare in segragazione cellulare a pane e acqua per un mese. Secondo Trout, l’ottanta per cento dei condannati sceglieva la prigione.

(citato in “Dio la benedica, Mr Rosewater” e in “Un pezzo da galera”)

“Ehi, dico, ma lo senti quest’odore?” di Kilgore Trout

“Questo paese [...] aveva immensi programmi di ricerca finalizzati alla lotta contro gli odori. Erano finanziati da contributi individuali raccolti dalle madri che la domenica marciavano di casa in casa. L’ideale delle ricerche era trovare uno specifico deodorante chimico per ogni odore. Ma poi il protagonista del romanzo, che era anche il dittatore del paese, fece una straordinaria scoperta scientifica, anche se non era uno scienziato, e non ebbero più bisogno di tutti quei progetti. Andava dritto alla radice del problema, lui.”
[...] “Trovò un prodotto chimico che eliminava tutti gli odori?” [...]
“No. Come dicevo, il protagonista era un dittatore, e non fece altro che eliminare i nasi.”

(citato in “Dio la benedica, Mr Rosewater”)

“Venere sulla conchiglia” di Kilgore Trout

Nella quarta di copertina c’era il riassunto di una scena molto spinta contenuta all’interno. Il riassunto era questo:

La regina Margaret del pianeta Shaltoon lasciò cadere il vestito sul pavimento. Sotto non aveva niente. Il suo petto era alto, sodo e scoperto era roseo e fiero. Le sua anche e le sue cosce sembrravano una lira invitante di purissimo alabastro. Così bianco era il loro splendore che dentro avrebbero potuto avere una luce. “I tuoi viaggi sono finiti, Vagabondo dello Spazio” mormorò, con una voce arrochita dalla passione. “Non cercare più, perché hai trovato quello che cercavi. La risposta è tra le mie braccia.”
“Dio sa che è una splendida risposta, regina Margaret” rispose il Vagabondo dello Spazio. Il palmo della mano gli sudava copiosamente. “E io l’accetterò con gratitudine. Ma devo dirti, se volgio essere assolutamente sincero con te, che domani dovrò rimettermi in cammino.”
“Ma hai trovato la tua risposta, hai trovato la tua risposta” gridò lei, stringendosi la testa di quell’uomo tra i seni giovani e profumati.
Lui disse qualcosa che lei non udì. Lei lo scostò da sé e lo tenne a un braccio di distanza. “Cos’hai detto?”.
“Ho detto, regina Margaret, che quella che tu mi dai è una risposta maledettamente buona. Purtroppo si dà il caso che non sia quella che vado cercando sopra ogni cosa.”

(citato in “Dio la benedica, Mr Rosewater”)

Pagina Successiva »