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Sì, lo so, avevo annunciato che il prossimo libro sarebbe stato Cherudek di Evangelisti.
Solo che poi mi sono reso conto di essere in crisi di astinenza da Vonnegut, e così ho puntato su Dio la benedica, Mr Rosewater.
Mai scelta fu più azzeccata.
Si tratta del primo romanzo in cui compare Eliot Rosewater, ricco rampollo di una facoltosissima famiglia americana e amministratore unico della Fondazione, creata dai Rosewater per evitare il proprio patrimonio venga intaccato dalle tasse di successione.
Eliot rispunterà anche in Mattatoio n° 5, in La colazione dei campioni e in Hocus Pocus, ma è qui che ne abbiamo il ritratto più completo.
Filantropo, alcolizzato, ossessionato dai vigili del fuoco e con qualche rotella fuori posto in seguito a traumi di guerra, Eliot Rosewater è un esempio della carità portata all’estremo. Dà aiuto a chiunque lo chieda, esponendosi alle critiche del padre senatore e ad accuse di insanità mentale che rischiano di costargli molto care nelle aule dei tribunali.
Lo fa in modo talmente disinteressato da non ricordarsi neanche chi abbia aiutato poche ore prima, e generando così dialoghi paradossali che sono forse la parte più divertente del libro.
Per il resto, Vonnegut si gioca qui tutte le sue carte migliori: filosofia spicciola in risposta a problemi macroscopici, alberi genealogici che si compongono sulla pagina con una maestria e un gusto di raccontare invidiabili, e una simpatia, nel senso più letterale del termine, per l’umanità che a volte spinge quasi alla commozione.
Incredibile, ancora una volta, la capacità di critica dei mali del nostro tempo (nella fattispecie il capitalismo disumanizzante) con una leggerezza tale da rendere il lettore schizofrenico, diviso tra il puro divertimento dei dialoghi, dei personaggi e delle situazioni e la serietà, il messaggio potremmo dire, che la narrazione sottointende.
Tra le chicche, il famosissmo monologo di Eliot sugli scrittori di fantascienza (fulminante già dal commosso incipit: “Vi amo, figli di puttana, siete i soli che leggo, ormai”) e nel finale un cameo di Kilgore Trout, lo scrittore preferito da Eliot.
Proprio a Trout si deve la difesa della ragionevolezza di Eliot, unico secondo lui ad aver risposto all’annosa domanda “Come si fa ad amare la gente che non serve a nulla”.
A mio avviso, assieme a Mattatoio n°5, la vetta più alta raggiunta dal Vonnegut non fantascientifico.
Voto: 4,5 su 5
(coming soon: “Cherudek” di Valerio Evangelisti, stavolta sul serio)
come sempre mi hai convinto, sarà il mio prossimo di Kurt