
Impossibile recensire Piccolo mostro senza dire almeno due parole sul protagonista, Mike Hammer.
Prendete tutti gli stereotipi sull’investigatore privato cinico, violento e misogino, condensateli in un personaggio e quel che ottenete è un identikit fedele del personaggio più noto uscito dalla penna di Spillane.
Che, ad onor del vero, non copia i suddetti stereotipi, ma è uno di quelli che ha contribuito a crearli (Piccolo mostro è del 1966, e Spillane, insieme a Chandler e Hammet, è unanimemente considerato uno dei fondatori del cosiddetto hard boiled).
La vicenda di Piccolo mostro ruota attorno al rapimento del giovane Ruston York, un ragazzino dalla mente geniale il cui ritrovamento viene affidato ad Hammer. Ruston è forse l’unico personaggio che riesca a reggere il confronto con Hammer in quanto a caratterizzazione. Tutti gli altri personaggi, per lo più familiari del ragazzino interessati all’eredità di famiglia e disposti a qualsiasi cosa pur di ottenerla, vengono tratteggiati da Spillane con una certa superficialità, funzionali alla storia e all’evolversi dell’intreccio ma poco verosimili ed approfonditi. Ne risulta un romanzo piuttosto diafano, che si legge volentieri ma che non coinvolge mai fino in fondo. E questo anche perché, nella sua monolitica autostima, Hammer procede come un treno verso il plot twist finale, picchiando a destra e a manca, fumando innumerevoli sigarette, ma senza mai darci uno sprazzo della sua visione del mondo, un pensiero che vada oltre i meri meccanismi dell’indagine.
D’accordo che si tratta di letteratura d’evasione, e che Spillane è stato uno degli scrittori in assoluto più alieni da pretese di grande letteratura (era solito ripetere “Scrivo solo per guadagnare”), resta però il fatto che in quanto ad atmosfera Piccolo mostro non regge il confronto con altri romanzi di genere simile, uno su tutti Il grande sonno di Chandler.
Voto: 3 su 5
(Coming soon: Tre millimetri al giorno di Richard Matheson)
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