Di Bukowski non ho letto moltissimo (2 romanzi e un paio di raccolte di racconti), ma abbastanza per farmi un’idea di quale fosse la trimurti a cui ha dedicato tutta una vita: figa, alcol e corse dei cavalli.
Post office, suo primo romanzo datato 1969, ci propone l’alter ego Henry Chinaski alle prese con il lavoro presso l’ufficio postale, noiosissimo ostacolo che si frappone tra l’autore e la libertà di dedicarsi alle tre passioni di cui sopra. Siamo nella fase che precede la decisione di diventare uno scrittore a tempo pieno (“Dovevo fare una scelta: rimanere all’ufficio postale ed impazzire, oppure andarmene da lì, giocare allo scrittore e morire di fame. Decisi di morire di fame”), e in cui il lavoro tormenta Bukowski.
Tra capi che sguazzano nel mobbing più selvaggio e postumi delle sbornie che pesano come ceppi alle caviglie, Chinaski gironzola consegnando la corrispondenza, suda, bestemmia. Descrive la realtà che lo circonda con la pungente ironia che lo renderà famoso, in perenne attesa di tornare a casa, scolarsi una confezione da sei di birra, e addormentarsi appoggiata al caldo sedere della sua compagna.
Si dice che nella buona letteratura il protagonista di un romanzo deve evolversi di pari passo con la storia, cambiare prospettiva, compiere un parabola che lo porti ad essere diverso dallo status quo iniziale. Niente di tutto questo sembra interessare a Bukowski. I giorni scorrono uno uguale all’altro, i pochi cambiamenti sembrano scorrere via senza scalfire l’accidiosità del protagonista.
Davanti a Chinaski/Bukowski parlare di empatia non ha senso. Possiamo ridere della spietatezza con cui descrive il prossimo, rattristarci quando una donna l’abbandona, e lui resta sempre lì, disinteressato, con un mal di testa martellante nelle tempie e una lattina di birra appoggiata sulla pancia. Bukowski/Chinaski ha una vita che nessuno che abbia la testa sulle spalle vorrebbe condurre, ma che tutti, quando l’ordinarietà della propria esistenza fa sentire il suo peso, sognano almeno per un momento.
La scrittura l’ha consacrato, rendendo un pigro ubriacone un’icona dei nostri tempi.
E quindi immortale.
Voto: 3,5 su 5
Coming soon: Barbablù di Kurt Vonnegut)
Tag: Charles Bukowski, Letture, Post office, recensioni

11 Settembre, 2009 alle 6:19 pm
Ho letto “storie di ordinaria follia” e non esito a definirlo un capolavoro