Archivio per la categoria 'Libri'

“Libro di sangue, vol.3 : Sudario” di Clive Barker


Se c’è una cosa a cui proprio non so resistere sono le bancarelle che vendono libri usati o scontati. Ci passo di fianco e non posso fare a meno di andare a spulciare quei libri reietti che se ne stanno lì, già letti da qualcuno o ingialliti e deprezzati perché considerati invendibili a prezzo pieno.
Proprio su una di queste bancarelle mi sono imbattuto qualche tempo fa nel terzo volume (su sei) della serie Libri di sangue di Clive Barker, che raccoglie i racconti brevi di uno dei massimi esponenti del cosiddetto splatterpunk.
L’edizione è bruttina anzichenò, una di quelle che ci si aspetta di trovare in edicola al mare e di acquistare per passare un po’ di tempo sotto l’ombrellone.
Il contenuto, bè, è decisamente meno rilassante del quadretto appena prospettato.
Cinque racconti che esplorano luoghi più o meno classici della letteratura e dell’immaginario horror: dall’isola maledetta alla sala cinematografica, dal tema del doppio alla creatura assetata di sangue che si risveglia dopo essere stata sopita per anni.
Difficile avvicinarsi a un libro del genere evitando il paragone con Stephen King. Rispetto al Re, Barker crea un orrore più tangibile, con elementi anche propriamente erotici in tutti i 5 racconti.
Spostando il paragone al cinema, tra i due scrittori c’è la stessa differenza che si può riscontrare tra l’adattamento di Shining di Kubrick e il terrificante Hellraiser, di cui lo stesso Barker è regista. Alla strisciante follia del primo si contrappone lo strazio della carne del secondo, che indugia sulla dimensione fisica dell’orrore più che su quella mentale. King fa scorrere brividi lungo la schiena del lettore, Barker gli sporca invece la faccia di sangue. Col risultato che il Re vende milioni di copie, con un pubblico eterogeneo e composto tanto dal teenager in cerca di emozioni forti quanto dalla casalinga che si rifiuta di comprare libri Harmony. Barker invece cerca (e trova) l’effetto disturbante, la scena sanguinolenta, il dettaglio morboso, risultando più di nicchia, più adatto ai soli palati forti.
E proprio a loro questo Sudario è decisamente consigliato.

Voto: 3,5 su 5
Trattandosi di una raccolta, il voto si riferisce alla media dei 5 racconti; ad esempio uno di essi, Spoglie umane, non mi ha entusiasmato e gli avrei dato un 2,5, mentre Testacruda Rex e Figlio della celluloide sono da 4…)

(Coming soon: “Piccolo mostro” di Mickey Spillane)

“Brooklyn senza madre” di Jonathan Lethem


Protagonista di questo romanzo di Lethem del 1999, recentemente ristampato da Il Saggiatore, è Lionel Essrog, tirapiedi di un pesce piccolo della mafia newyorkese che finisce in una vicenda più grande di lui in seguito all’assassinio del suo boss, Frank Minna.
Co-protagonisti della storia sono invece Brooklyn, coacervo di etnie e di loschi interessi, e soprattutto la sindrome di Tourette, invadente compagno di viaggio che segue Lionel ovunque egli vada (e che regala momenti esilaranti, con tutto il rispetto per chi ne è affetto).
Il romanzo stenta un po’ a decollare, specialmente a causa dei numerosi flashback che ne appesantiscono la prima parte e che illustrano i primi passi di Lionel e degli altri “Uomini di Minna” nel mondo della malavita.
Squarci del passato che mettono in luce il rapporto quasi filiale e commovente che si instaura tra Lionel e Frank, e in cui vengono spiegate tutte le manie e i raptus dati dalla Tourette. Come detto però queste finestre rallentano l’impianto più propriamente noir di una vicenda che, partita nel vivo dell’azione, si trova arenata già nei primi capitoli.
L’intreccio procede poi senza grandi sussulti, con un solo vero e proprio colpo di scena verso i due terzi del libro, e con uno scioglimento finale tutto racchiuso in un capitolo che spiega tutto in una volta, privando il lettore del gusto della scoperta passo a passo.
Ed è un peccato.
Sia perché Lionel è un protagonista forte, di quelli a cui ci si affeziona, e di cui verrebbe voglia di sapere le vicissitudini successive alla fine del libro, sia perché Lethem dimostra di avere una grandissima capacità di scrittura, un giusto mix di ironia e serietà che fa sorridere, pensare e intenerire allo stesso tempo.
Sicuramente un autore da tenere d’occhio, forse non ai suoi massimi livelli in questa prova.

Voto 3 su 5

(Coming soon: “Libro di sangue – Parte 3: Sudario” di Clive Barker)

“Non è un paese per vecchi” di Cormac McCarthy

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Texas, 1980.
Llewelyn Moss, reduce del Vietnam, durante una battuta di caccia si imbatte nei resti di un sanguinoso scontro tra narcotrafficanti.
Tra i cadaveri, una borsa contenente 2 milioni di dollari, seducente quanto la mela del paradiso terrestre.
Conscio del rischio che corre Moss se ne impadronisce, non riuscendo a resistere alla tentazione di una vita nuova, diversa. Dietro a Moss si scatenano sicari messicani, un uomo senza scrupoli in possesso di un’arma tanto non convenzionale quanto letale, e lo sceriffo Bell, disilluso tutore di un ordine che non c’è più.
Una lunga scia di sangue scandisce la fuga di Moss, con un numero di vittime che lo sceriffo Bell non può far altro che guardar aumentare, attonito.
Proprio lo sceriffo, negli splendidi capitoli in prima persona, è depositario del digusto per quello che l’America è diventata. O che forse è sempre stata: paese fondato sul sangue, mondo brutale in cui le motivazioni che spingono alla violenza rimangono imperscrutabili, se non del tutto assenti. McCarthy lascia molto di non spiegato su ciò che ha preceduto e su ciò che seguirà al finale, sospeso e senza via d’uscita come tutta la vicenda. Si affida a uno stille ellittico, a una prosa chirurgica che, ulteriormente scarnificata, darà origine a quel capolavoro che è “La strada”.
Nessuna concessione alla psicologia dei protagonisti, se non nei fulminanti dialoghi, vivi pezzi di bravura di uno scrittore che per altro vive ormai quasi da recluso in Texas.
I fratelli Coen hanno deciso di portare “Non è un paese per vecchi” sul grande schermo, spero solo non siano caduti nella trappola hollywoodiana dell’happy end a tutti i costi. Pensare che tutto si possa aggiustare al termine di una storia di degrado senza speranza come questa significherebbe snaturarla completamente.

Voto: 4 su 5

(coming soon: “Brooklyn senza madre” di Jonathan Lethem)

“Cherudek” di Valerio Evangelisti

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Cherudek ci trascina negli ultimi anni della prima fase della Guerra dei Cent’anni, quando un esercito di soldati di non-morti terrorizza il sud della Francia. Inviato per fare chiarezza sul fenomeno, Eymerich si trova a fronteggiare una minaccia che mette in pericolo non solo l’ortodossia, ma l’ordinamento del mondo così come lo conosciamo, e che sembra ruotare attorno a una campana priva di batacchio. Le vicende dell’inflessibile Inquisitore Generale del regno aragonese come da tradizione si fondono con storie parallele. Un misterioso paesino costantemente avvolto dalla nebbia in cui si muovono personaggi sospesi nel tempo zero, e la voce narrante di uno spirito senza corpo, fluttuante barlume di coscienza che osserva l’evolversi della storia dall’esterno. Non un romanzo semplice, intriso com’è di disquisizioni teologiche e di speculazioni sull’eresia, ma in cui l’azione non viene mai meno. Evangelisti ha la capacità di non annoiare mai, e quando tira le fila delle diverse dimensioni è particolarmente convincente.
Tra i vari temi trattati, il rapporto tra il principio maschile e quello femminile, dai culti pagani di fertilità al maschilismo che macchia la storia della Chiesa. Ispirazioni simili a quelle del sopravvalutato (e posteriore) Il Codice da Vinci.
Il fatto che Dan Brown abbia venduto qualche milione di copie in Italia, pur non essendo neanche lontanamente all’altezza di Evangelisti è una di quelle cose che fa riflettere.
E dico questo solo in riferimento a queste tematiche religiose, perché nelle componenti sovrannaturali Brown fa la figura dello scolaretto davanti al maestro, e il confronto non si pone neanche.
Sporadici in Cherudek i riferimenti ad eventi passati.
Il fatto poi che l’ordine di pubblicazione dei romanzi della serie non segua quello cronologico della vita dell’Inquisitore rende di per sé lecito partire proprio dal Cherudek, immersi nella nebbia.
Che altro devo dire? Una grande prova di quello che secondo me è il più completo scrittore italiano in circolazione.

Voto: 4 su 5

(coming soon: “Non è un paese per vecchi” di Cormac McCarthy)

“Dio la benedica, Mr Rosewater” di Kurt Vonnegut

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Sì, lo so, avevo annunciato che il prossimo libro sarebbe stato Cherudek di Evangelisti.
Solo che poi mi sono reso conto di essere in crisi di astinenza da Vonnegut, e così ho puntato su Dio la benedica, Mr Rosewater.
Mai scelta fu più azzeccata.
Si tratta del primo romanzo in cui compare Eliot Rosewater, ricco rampollo di una facoltosissima famiglia americana e amministratore unico della Fondazione, creata dai Rosewater per evitare il proprio patrimonio venga intaccato dalle tasse di successione.
Eliot rispunterà anche in Mattatoio n° 5, in La colazione dei campioni e in Hocus Pocus, ma è qui che ne abbiamo il ritratto più completo.
Filantropo, alcolizzato, ossessionato dai vigili del fuoco e con qualche rotella fuori posto in seguito a traumi di guerra, Eliot Rosewater è un esempio della carità portata all’estremo. Dà aiuto a chiunque lo chieda, esponendosi alle critiche del padre senatore e ad accuse di insanità mentale che rischiano di costargli molto care nelle aule dei tribunali.
Lo fa in modo talmente disinteressato da non ricordarsi neanche chi abbia aiutato poche ore prima, e generando così dialoghi paradossali che sono forse la parte più divertente del libro.
Per il resto, Vonnegut si gioca qui tutte le sue carte migliori: filosofia spicciola in risposta a problemi macroscopici, alberi genealogici che si compongono sulla pagina con una maestria e un gusto di raccontare invidiabili, e una simpatia, nel senso più letterale del termine, per l’umanità che a volte spinge quasi alla commozione.
Incredibile, ancora una volta, la capacità di critica dei mali del nostro tempo (nella fattispecie il capitalismo disumanizzante) con una leggerezza tale da rendere il lettore schizofrenico, diviso tra il puro divertimento dei dialoghi, dei personaggi e delle situazioni e la serietà, il messaggio potremmo dire, che la narrazione sottointende.
Tra le chicche, il famosissmo monologo di Eliot sugli scrittori di fantascienza (fulminante già dal commosso incipit: “Vi amo, figli di puttana, siete i soli che leggo, ormai”) e nel finale un cameo di Kilgore Trout, lo scrittore preferito da Eliot.
Proprio a Trout si deve la difesa della ragionevolezza di Eliot, unico secondo lui ad aver risposto all’annosa domanda “Come si fa ad amare la gente che non serve a nulla”.
A mio avviso, assieme a Mattatoio n°5, la vetta più alta raggiunta dal Vonnegut non fantascientifico.

Voto: 4,5 su 5

(coming soon: “Cherudek” di Valerio Evangelisti, stavolta sul serio)

“La Bibbia al neon” di John Kennedy Toole

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Difficile accostarsi a La Bibbia la neon, esordio di Toole datato 1953, senza pensare al successivo e travolgente Una banda di idioti (voto 4,5 su 5).
L’ingombrante figura di Ignatius O’Reilly e il carnascialesco carrozzone che gli fa da contorno sono una pietra di paragone decisamente pesante per David, protagonista di cui ne La Bibbia al neon si segue con trasporto la vita dai 3 anni all’adolescenza.
Siamo in una cittadina della provincia americana, così efficacemente riassunta dalla voce narrante di David:
“A scuola ci raccomandavano di pensare con la nostra testa, ma nella nostra città era impossibile. Ciascuno doveva pensare come aveva sempre pensato suo padre, il che voleva dire pensarla come tutti gli altri. ”
Un ambiente bigotto che guarda con sospetto, e condanna senza appello, tutto quello che non risponde alla sua religiosità di facciata. Basta un abbigliamento stravagante o la follia data dalla mancata elaborazione di un lutto per essere additati dal pastore come persone non desiderate dalla comunità.
A farne le spese è un ragazzino, un innocente per definizione.
La povertà, la condizione di orfano, l’abbandono, tutti riportati in prima persona in una riuscita resa della meraviglia, dello stupore proprio dei bambini anche nelle situazioni più tragiche. La dissacrante ironia che fa di Una banda di idioti un capolavoro qui è attenuata, ma similmente presente più nelle situazioni che nella visione del mondo del singolo personaggio. E ad emergere è una malinconia di fondo, un senso di solitudine che troverà la sua consacrazione nella fuga di David, già preannunciata all’inizio del libro e di cui si spiegheranno le ragioni nel drammatico finale.

Toole si suicidò nel 1969, all’età di 32 anni.
Non aveva proposto a nessuno la pubblicazione de La Bibbia al neon, mentre aveva spedito Una banda di idioti, di cui gli editori, cestinandolo, confermarono la teoria secondo cui quando al mondo compare un genio, gli idioti fanno banda contro di lui.
Entrambi i romanzi uscirono postumi dopo il ritrovamento dei manoscritti da parte della madre dell’autore, e nel 1981 Una banda di idioti ha vinto il Pulitzer.
È lecito pensare che se un editore lo avesse capito e pubblicato, forse oggi ci sarebbe uno straordinario, ironico, anziano scrittore in più.
Si direbbe che La Bibbia al neon è un bel libro, Una banda di idioti un classico, e chissà cosa avremmo letto poi dal genio di Toole…

Voto 3,5 su 5

(coming soon: “Cherudek” di Valerio Evangelisti)

“Nazi paradise” di Angelo Petrella

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Dopo lo sbirro violento e cocainomane di Cane rabbioso, il protagonista di Nazi Paradise è un hacker neonazista che si gonfia di birra. Dalla penna di Petrella escono solo personcine ammodo, non c’è che dire.
Anche in Nazi paradise quel che emerge, vivido, è la scrittura, che si conferma di alto livello. Diversa, seppur immersa in un’atmosfera affine, è l’ambientazione, popolata di skinhead ed hacker e decorata da episodi tanto esilaranti quanto miserabili (due su tutti le sessioni di sesso via chat e il cane addestrato allo scippo). I personaggi hanno volti più scolpiti, più fisici delle comparse senza nome che in Cane rabbioso sfioravano la folle corsa verso il nulla del protagonista. La trama non risulta troppo elaborata, ma comunque godibile. Forse l’intreccio non sembra nell’insieme troppo verosimile, ma è spietato, è violenza sputata in faccia (e probabilmente la scelta dell’ambiente neonazista in questo aiuta).
Nazi paradise mi ha lasciato però un dubbio, e cioè che uno stile così cinetico di scrittura si esprima meglio nella forma del racconto lungo che del romanzo.
E qui voglio fare una precisazione e un mea culpa: un sacco di gente nelle interviste ha chiesto a Petrella perché Cane rabbioso fosse così corto, e anch’io avevo indicato nella brevità il suo principale difetto. Però adesso devo ammettere di essermi reso conto che se Nazi Paradise è una frustata, Cane rabbioso era uno sparo.
E che se entrambi sono più che efficaci, la velocità del secondo lascia un segno più profondo.

Voto 3 su 5

(coming soon: “La bibbia al neon” di John Kennedy Toole)

“Cane rabbioso” di Angelo Petrella

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L’esordio dello scrittore napoletano Angelo Petrella è un libriccino smilzo smilzo che riesce nonostante la lunghezza ridotta a colpire come uno schiaffo.
Protagonista uno sbirro drogato, corrotto e violento che ricorda un po’ Il lercio di Irvine Welsh, trasportato dalla Scozia a una Napoli spietata.
Una storia che sfreccia come un proiettile tra cocaina e rhum, tra scene esplicite di sesso e di violenza, con un linguaggio affilato e decisamente crudo (bestemmie comprese, una discreta rarità tra i romanzi italiani).
Un noir che pur mutuando alcune tipiche caratteristiche del genere (una su tutte la mancanza del manicheismo tra buoni e cattivi) ne reinventa alcuni aspetti. Non aspettatevi quindi donne fatali, anzi non aspettatevi donne tout court, perché quelle di Cane rabbioso non sono che un buco, anzi tre, con la carne attorno, carne che il protagonista si diverte un sacco a umiliare e a far sanguinare.
Unico difetto, se proprio se ne vuole trovare uno, la già citata scarsa lunghezza del romanzo, che precipita tutti gli avvenimenti in poche pagine. L’impressione è che la stessa trama, sviluppata con un respiro più ampio, probabilmente guadagnerebbe molto in forza d’urto.
Resta però il fatto che Petrella dimostra di avere qualcosa che non si vende e non si impara: uno stile di scrittura proprio, originale.
E questo non ha prezzo (come la Mastercard, di cui il protagonista di Cane rabbioso farebbe un uso che non ha a che fare coi pagamenti…)

Voto: 4 su 5

Un ultimo applauso va a Meridiano Zero, casa editrice che ultimamente mi sta dando molte soddisfazioni e che, scorrendone i titoli, ne promette molte altre.

(coming soon: “Nazi Paradise” di Angelo Petrella)
…mi sa che ci ho preso un po’ gusto…

“Meno di zero” di Bret Easton Ellis

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Sono tutti belli, biondi, ricchi e abbronzati, i protagonisti di questo romanzo del creatore di American Psycho.
Vivono a L.A., guidano macchine di lusso e scopano con chiunque gli capiti a tiro (senza formalizzarsi sul sesso di chi hanno davanti).
Assumono droghe, alcol e tranquillanti in quantità industriali, si trascinano da una festa all’altra e guardano MTV per ore, persi in un mondo tanto luccicante all’esterno quanto marcio all’interno.
Meno di zero, scritto nel 1985, è il gemello cattivo di Beverly Hills 90210, ed è uno dei libri più nichilisti che mi sia capitato di leggere da molto tempo.
Lascia addosso un senso di vuoto, che si riflette nei dialoghi, nelle giornate sempre uguali, nell’elisione dei rapporti umani che non contano più nulla. Così un cadavere diventa uno spettacolo che fa sorridere, violentare in gruppo una dodicenne è giustificato perché “Se vuoi una cosa devi prenderla”.
Il risultato è che Meno di zero fa più paura di un libro di Stephen King, ma anche che arrivati in fondo nulla è cambiato rispetto all’inizio, e tutto quello che è accaduto nel mezzo è diafano come fumo. Sicuramente una precisa scelta dell’autore, che utilizza la mancanza di un vero e proprio intreccio per dipingere la piattezza morale che fagocita i protagonisti. Ma anche un limite, perché porta il lettore a desiderare che accada qualcosa, qualsiasi cosa, che sia diversa dalle pagine precedenti.
Ed è una speranza puntualmente delusa.

Voto 3 su 5

(coming soon: “Cane rabbioso” di Angelo Petrella)

Serial killers

Qualche sera fa ho visto “Quando Alice ruppe lo specchio” uno degli ultimi film del maestro Lucio Fulci.
A parte qualche tipica incongruenza nello svolgimento della trama, si tratta di una pellicola bella cruda (con particolare accanimento sugli occhi, of course) e con una marcata vena ironica, che non può non far sorridere tra una scena splatter e l’altra.
Non voglio spoilerare troppo, dirò solo che:
-Il protagonista è un serial killer.
-C’è un secondo serial killer che uccide con le stesse modalità del protagonista.
-Qualcuno nascosto in una scatola vede il protagonista sbarazzarsi di un corpo.
-Il protagonista vive nel terrore che la polizia termini un’identikit che potrebbe smascherarlo.

Difficile non notare le analogie con l’ottimo romanzo “La mano sinistra di Dio” di Jeff Lindsay, e con il telefilm “Dexter” tratto da esso.
Se poi si aggiunge che il protagonista del film di Fulci si chiama Lester, l’assonanza dei nomi dei protagonisti fa pensare che sia Lindsay che gli sceneggiatori del telefilm una sbirciatina alla pellicola fulciana l’abbiano data. E se le differenze di trama non consentono di parlare di plagio, sicuramente si tratta di un omaggio al cineasta italiano.

Detto questo, film, libro e telefilm sono vivamente consigliati a tutti.
Buona macellazione!

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“La strada” di Cormac McCarthy

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Un mondo alla deriva che non sarà più lo stesso.
Ovunque cenere, morte e desolazione.
Due personaggi che lo percorrono, un uomo e un bambino.
Senza nomi, come se i nomi, in un mondo in decomposizione, non avessero più un senso.
Un rapporto tra padre e figlio soffocato da un’estenuante lotta per la sopravvivenza, eppure tenero, commovente, ultima scintilla di calore umano in un mondo gelido in cui neppure il mare ha conservato il suo colore.
E silenzio, un silenzio assordante, punteggiato solo dalla pioggia che cade incessantemente.
“La strada” non è un romanzo che lascia indifferenti, né una lettura di svago. Ossessivo nella forma, con discorsi diretti non virgolettati e frequenti ellissi del verbo a sottolineare l’immobilità di quel poco che rimane del mondo che conosciamo.
Vicino all’atmosfera apocalittica di “Io sono leggenda” di Matheson o al recente “Cell” di Stephen King, con la differenza che nel romanzo di McCarthy gli uomini non si sono trasformati in vampiri o zombie. Costretti allo sciacallaggio e al cannibalismo come ultime risorse per sopravvivere, sono semplicemente lo specchio di quanto sotto la nostra presunta umanità scorrano istinti animaleschi pronti a prendere il sopravvento.
Io non l’ho fatto, ma consiglio di leggerlo tutto d’un fiato, per meglio apprezzarne lo svolgimento, per percorrere la strada fino in fondo, pur sapendo che difficilmente condurrà a un luogo da cui non ci sia più bisogno di scappare.

Voto: 4,5 su 5

(coming soon: “Meno di zero” di Bret Easton Ellis)

“La fiera dei serpenti” di Harry Crews

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I fan dei Simpson ricorderanno la puntata sulla Festa delle Mazzate, in cui Springfield per un giorno di dedica alla caccia dei serpenti.
Sostituite Springfield con Mystic, Georgia.
Dimenticate il lieto fine con Barry White.
Aggiungete litri di whiskey scadente (“ammazzato con la birra”, tanto per gradire), una provincia americana violenta e bifolca, e ancora siete lontani dall’angoscia in cui Harry Crews vi trascina in questo romanzo breve (218 pagine, ma scritte in corpo a prova di talpa).
Umanità desolata e desolante, priva di uno scopo e intrappolata in una cittadina che si trova in Georgia ma potrebbe benissimo essere nel Texas del passato di Jim Thompson o in quello più recente di Lansdale, e in cui nulla è confortante o edificante.
Non i rapporti familiari, sacrificati alla più bieca violenza domestica, non il sesso, sempre accompagnato da un alone sporco. Un viaggio allucinato fino all’epilogo finale, in cui il sangue scorre a fiumi (e non solo quello dei serpenti).
Lo stile è abbastanza asciutto, il linguaggio scurrile, molti passaggi sono decisamente sconsigliati ai deboli di stomaco.
E vivamente raccomandati per chi ama i viaggi a fari spenti nelle regioni più buie dell’animo umano.

Voto: 3,5 su 5

(coming soon: “La strada” di Cormac McCarthy)

Wishlist

Ecco la mia lista dei libri da leggere.
Facendo due conti, ne ho per un paio d’anni…

Agota - Trilogia della città di K.

Baer - Il gioco delle lingue

Ballard - Il condominio

Coupland - Generazione x

Crews - La fiera dei serpenti

Deaver - Il collezionista di ossa

De Sade - Justine

Di Fulvio - La scala di Dioniso

Dostoevskij - Il giocatore

Ellis - Meno di zero

Evangelisti
- Cherudek
- Picatrix, la scala per l’inferno
- Il castello di Eymerich
- Mater Terribilis

Fischer - Sotto il culo di una rana

Goodis - Sparate sul pianista

Hammet - Il falco maltese

Kaufman - Tutti i miei amici sono supereroi

King - Lisey’s story

Lansdale
- Mucho Mojo
- Rumble tumble
- Capitani oltraggiosi

Le Guin - La salvezza di Aka

Limardi - Anche una sola lacrima

Lindsay - Il nostro caro Dexter

Mc Carthy - La strada

Mc Inerney - Come’è finita

Moravia - Gli indifferenti

Montanari - L’esistenza di Dio

Nerozzi - Genia

Nori - Le cose non sono le cose

Nove - Superwoobinda

Petrella - Cane rabbioso

Raymond - E morì con gli occhi aperti

Saramago - L’uomo duplicato

Teran - Dio è un proiettile

Tondelli - Rimini

Toole - La Bibbia al neon

Vinci - Brother and sister

Vonnegut
- Il grande tiratore
- Piano meccanico
- Galapagos
- Hocus pocus
- Dio la benedica, Mr Rosewater

Woodworth - I tuoi occhi viola

“Rabbia” di Chuck Palahniuk

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Finito due giorni fa, fatto decantare un po’ per schiarirmi le idee, dunque:

Da Soffocare in poi, ogni libro di Palahniuk deve fare i conti con l’eccellenza di Fight club, Survivor e Invisible monsters, e sono cazzi amari. Soffocare si è salvato, secondo il mio parere di lettore affezionato, perché era all’altezza dei precedenti. Anche per i futuri detrattori, del resto, era un buon libro. Ninna nanna, Diary e Cavie sono stati invece bollati, forse troppo frettolosamente, con un “non scrive più come una volta“. Un giudizio severo - soprattutto per alcuni racconti e per l’indimenticabile cornice da Decamerone splatter di Cavie - ma in parte condiviso anche dai fan più fedeli. Rabbia è forse la risposta di Palahniuk a questa sfiducia, perché è diverso dai romanzi precedenti. Lo è nella forma scelta, ossia la ricostruzione della storia di Rant Casey grazie a una serie di testimonianze, di interviste trascritte. Palahniuk dimostra buona padronanza delle diverse voci, ma questa moltiplicazione dei punti di vista fa un po’ perdere forza alla voce dello scrittore stesso, perché impedisce di ricorrere a ripetizioni e tormentoni ed elimina i dialoghi. A conti fatti, due delle caratteristiche che più contribuivano a rendere particolare la scrittura di Palahniuk.
Rabbia si discosta dal passato anche per la trama, che mescola temi e atmosfere cari allo scrittore di Portland con inedite incursioni nei territori della fantascienza e della fisica quantistica. La sorpresa è che proprio queste incursioni sono forse la cosa più riuscita del libro, e non è un caso che ad esse Palahniuk affidi tutta la parte finale, come di consueto una mitraglia di rivelazioni.
Come dice Brian Cox/Robert McKee a Nicholas Cage/Charlie Kauffman ne Il ladro di orchidee, “se il finale è forte li avrai tutti in pugno”.
Lo sa bene Palanhiuk, che potendo contare sulle enormi possibilità della fantascienza chiude il cerchio con un bel po’ di sorprese e ti lascia lì a pensarci un po’ su.
Se a metà libro pensate che il party crashing sia una versiona sbiadita e priva di ispirazione del fight club, sappiate che arrivati alla fine non sarà del party crashing che rimuginerete.
Mi viene in mente un altro scrittore che scriveva libri di fantascienza conditi di cinismo in cui parlava in filigrana del presente, e anche lui non sbagliava un finale.
Si chiamava Kurt Vonnegut.
La mia impressione è che se Palahniuk continuasse a seguire il filone fantascientifico a cui si è avvicinato con Rabbia potrebbe diventare un Vonnegut molto molto più cattivo.
Intanto io sto già sbavando in attesa del prossimo libro.
Forse perché in definitiva Rabbia è altamente contagioso.

Voto: 3,5 su 5

(coming soon: “La fiera dei serpenti” di Harry Crews)