“Chronic City” di Jonathan Lethem


Chronic city
Jonathan Lethem, 2010
il Saggiatore, 2010 (Trad. G. Pannofino)
460 pagine, 17 euro

Chase Insteadman, quarantenne belloccio e svagato, è una presenza fissa nel jet set newyorkese. Deve la sua fama a una vecchia serie tv in cui ha lavorato da ragazzino, grazie alla quale vive di rendita sia dal punto di vista economico, sia da quello sociale. Richiestissimo come ospite nelle cene della Manhattan bene, la sua fama ha avuto di recente un’ennesima impennata. La fidanzata Janice, astronauta, è infatti intrappolata in orbita, dove una cintura di mine spaziali cinesi impedisce alla sua astronave di tornare sulla Terra. Janice scrive strazianti lettere d’amore a Chase, che vengono prontamente pubblicate su tutti i giornali, e questa storia d’amore a distanza siderale tiene tutta la città con il fiato sospeso.
Chase viene compatito, coccolato e invitato a eventi mondani, trascorrendo una vita tutto sommato piatta e monotona. A movimentarla un po’ interviene però l’incontro con Perkus Tooth, critico pop geniale e solitario, tramite cui Chase conosce anche Richard Abneg, ex sindacalista entrato nell’entourage del sindaco conservatore di NY, e Oona Laszlo, ghost writer specializzata nella stesura di autobiografie di personaggi famosi.
Stonato da quintali di marijuana, il gruppetto si incontra spesso a casa di Tooth, passando le serate ad ascoltarne le teorie paranoiche e complottistiche. Strani fenomeni stanno infatti sconvolgendo Manhattan. Una tigre gigante sta distruggendo tutto quello che trova sul suo cammino, palazzi e stazioni della metropolitana compresi. Un persistente odore di cioccolata, a lungo andare nauseante, riempie le vie della città. Una anomalia meteorologica sta causando nevicate apocalittiche. Ognuno di questi segnali eccita la fantasia di Perkus, che vi intravede oscure macchinazioni, senza riuscire però a spiegarle in un disegno generale. Alcune delle sue intuizioni non sembrano poi così campate in aria, e il dubbio su cosa sia reale e cosa no (sublimato nella visionaria parodia di Second life, con elementi che ricordano da vicino fatti di cronaca come questo), non viene sciolto del tutto neppure nel finale.
Stordito dalla marijuana e dalle farneticazioni di Perkus, Chase deve affrontare poi una profonda crisi sentimentale. La distanza da Janice lo sospinge tra le braccia di Oona, con cui consuma amplessi furibondi e clandestini che se resi pubblici gli attirerebbero il biasimo di tutti quelli che vedono nel suo amore con l’astronauta una vicenda romantica a tragica.

Il mio impatto con Chronic City non è stato dei più semplici. Mi ci sono volute circa 100 pagine per ingranare, per colpa di un inizio a mio avviso tutt’altro che avvincente (difetto che avevo notato anche in Brooklyn senza madre).
Procedendo con la lettura però accade qualcosa, e poco a poco le folli vicende di questo gruppetto di svitati fanno presa, non c’è che dire.
Le dissertazioni di Perkus, le lettere di Janice, lo stupore beota del protagonista, gli elementi distopici (come la versione del New York Times priva delle notizie di guerra) contribuiscono a creare un’atmosfera viva, pulsante. Per contrasto, Manhattan si fa sempre più sfuggente, quasi un fondale di cartone, una casa delle bambole bidimensionale in cui solo alcuni oggetti sembrano essere tridimensionali (uno scorcio, una guglia, un fast food).
Non è difficile scorgere nelle pagine di Chronic City un gran numero di omaggi e influenze letterarie: tra le righe aleggiano Philip Dick (per le distopie, la confusione sensoriale e il groviglio di percezioni contrastanti), L’incanto del lotto 49 di Pynchon (per il complotto “fantasma”) e David Foster Wallace (per i personaggi che dubitano della propria esistenza, come in La scopa del sistema). La presenza di Wallace è la meno mascherata: Perkus sta infatti cercando di finire, senza riuscirci mai, un libro di oltre mille pagine, intitolato Obstinate Dust. L’assonanza con Infinite Jest non lascia dubbi.
Lethem scrive assai bene, ne è conscio, e a volte a mio avviso ci si specchia un po’. Credo sia ascrivibile a questo la lunghezza del romanzo, che secondo me si sarebbe potuto sforbiciare un po’ qua e là senza minarne l’impianto narrativo. Privo di risposte definitive e univoche, credo che questo Chronic City possa piacere molto a coloro che apprezzano gli autori succitati.
Fumoso, lento e cogitabondo come gli effetti dell’erba a cui si riferisce il titolo (chronic è un termine slang per indicare la marijuana, richiamata anche dal nome della stazione spaziale su cui Janice è prigioniera, chiamata Northern light come una varietà di erba), è un romanzo che consiglio, ma che non è adatto a chi cerchi azione frenetica o una lettura scorrevole.
Un libro paranoico e spaesato esattamente come Perkus Tooth, il comprimario che si ritrovò ad essere protagonista.

Pro:
- Perkus Tooth, personaggio riuscitissimo.
- La convivenza tra Perkus e il cane Ava, tenera e spassosa.
- La parodia di Second life e la folle vicenda dei vasi.
- Bella copertina, redazionalmente curato: un’ottima edizione, complimenti a il Saggiatore.

Contro:
- A mio avviso un po’ troppo lungo, un aspetto che diluisce la sensazione di un complotto incombente.

La citazione:
La sfera del nostro reale (chiamiamola Manhattan) pullulava di simulazioni.
O forse era la simulazione che pullulava di cose reali.

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Brooklyn senza madre

“Brooklyn senza madre” di Jonathan Lethem


Brooklyn senza madre
Jonathan Lethem
Il Saggiatore (Trad L. Grimaldi)
316 pagine, 9,80 euro

Protagonista di questo romanzo di Lethem del 1999, recentemente ristampato da Il Saggiatore, è Lionel Essrog, tirapiedi di un pesce piccolo della mafia newyorkese che finisce in una vicenda più grande di lui in seguito all’assassinio del suo boss, Frank Minna.
Co-protagonisti della storia sono invece Brooklyn, coacervo di etnie e di loschi interessi, e soprattutto la sindrome di Tourette, invadente compagno di viaggio che segue Lionel ovunque egli vada (e che regala momenti esilaranti, con tutto il rispetto per chi ne è affetto).
Il romanzo stenta un po’ a decollare, specialmente a causa dei numerosi flashback che ne appesantiscono la prima parte e che illustrano i primi passi di Lionel e degli altri “Uomini di Minna” nel mondo della malavita.
Squarci del passato che mettono in luce il rapporto quasi filiale e commovente che si instaura tra Lionel e Frank, e in cui vengono spiegate tutte le manie e i raptus dati dalla Tourette. Come detto però queste finestre rallentano l’impianto più propriamente noir di una vicenda che, partita nel vivo dell’azione, si trova arenata già nei primi capitoli.
L’intreccio procede poi senza grandi sussulti, con un solo vero e proprio colpo di scena verso i due terzi del libro, e con uno scioglimento finale tutto racchiuso in un capitolo che spiega tutto in una volta, privando il lettore del gusto della scoperta passo a passo.
Ed è un peccato.
Sia perché Lionel è un protagonista forte, di quelli a cui ci si affeziona, e di cui verrebbe voglia di sapere le vicissitudini successive alla fine del libro, sia perché Lethem dimostra di avere una grandissima capacità di scrittura, un giusto mix di ironia e serietà che fa sorridere, pensare e intenerire allo stesso tempo.
Sicuramente un autore da tenere d’occhio, forse non ai suoi massimi livelli in questa prova.

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